All’Olimpico va in scena la tragedia italiana

Coppa-Italia-disordini“La coppa della vergogna” titolano i giornali di mezzo mondo. La messinscena della solidarietà

 

 

ROMA – Ma in che Paese viviamo? L’altra sera allo stadio Olimpico si è consumata una delle più scene più umilianti che uno Stato democratico possa tollerare. La trattativa tra un delinquente in rappresentanza dei tifosi napoletani e gli uomini della sicurezza per decidere sullo svolgimento di una partita di calcio ha fatto il giro dei media di tutto il mondo (la Bbc ha dedicato agli eventi di Roma perfino una diretta, mentre il quotidiano sportivo spagnolo Marca titolava “La Coppa de la verguenza”, la coppa della vergogna). E mentre la “trattativa”andava in onda, sotto gli occhi annoiati delle massime autorità dello Stato, fuori dallo stadio si combatteva tra opposte fazioni a colpi di pistola, di spranghe e di bombe incendiarie.

Di fronte all’indegno spettacolo, i commenti del giorno dopo sono stati improntati al solito scarico di responsabilità, agli sterili impegni di sempre per “un maggior rigore”, a “nuove leggi” che aiutino a tener lontani dagli stadi gli elementi più facinorosi e violenti. Per Giancarlo Abete, presidente Figc, è il giorno della riflessione: “E’ un dato di fatto, in alcuni stadi gli ultrà hanno un ruolo inaccettabile” (ma davvero?). Antonio Conte: “Si sta esasperando tutto all’ennesima potenza, i segnali che mandiamo non sono positivi, periodicamente ci si indigna, dovremo tutti fare qualcosa per evitare il ripetersi di certe cose”. Beppe Grillo sul suo blog. “La Repubblica è morta, la pentola a pressione sta per saltare, all’Olimpico c’era da piangere, come a un funerale”. “Non c’è stata alcuna trattativa con gli ultras del Napoli”, è l’unica cosa che preoccupa il nostro ministro dell’Interno. “Una partita di calcio non si può trasformare in una guerra tra bande con episodi di violenza”, ha commentato il presidente del Senato, Pietro Grasso.

In verità la sola testimonianza dignitosa e pertinente è stata quella della moglie dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, ucciso a febbraio 2007 nella guerriglia urbana di Catania al termine dell’incontro con il Palermo. “Sono molto amareggiata e addolorata, umiliata e offesa – ha dichiarato Marisa Grasso, vedova Raciti – Mio marito era un servitore dello Stato che ha indossato la divisa a 19 anni, con onore. Nessuno si deve permettere di umiliare quel sacrificio e disprezzare i poliziotti che ogni giorno escono da casa senza sapere se torneranno.

“Sabato ho notato la debolezza dei vertici dello Stato nel vedere quell’individuo sugli spalti a dettare legge – ha continuato la Raciti – C’è stata una condanna, nessuno si può permettere di indossare una maglietta con il nome di un assassino. Nessuno ha detto niente: una vergogna. Eppure il premier Matteo Renzi era lì all’Olimpico a vedere la partita. E allo stadio c’erano anche il presidente del Senato, Pietro Grasso e altri vertici dello Stato. Non ho ricevuto nessuna telefonata di solidarietà, se fosse scappato il morto sarebbero corsi ai funerali”.

E la cosa, se possibile, ancor più ignobile sono state le chiamate che, a seguito di quelle dichiarazioni, sono giunte dopo sette anni alla vedova da parte di Renzi, di Grasso, del capo della polizia Pansa e del ministro Alfano. Alla retorica della solidarietà espressa in quelle telefonate non seguirà ovviamente alcun atto concreto di tutela e di salvaguardia dei servitori dello Stato e si continueranno a intitolare sale della Camera dei Deputati a Carlo Giuliani e nemmeno una bocciofila a Raciti.

Anzi, dopo lo sdegno unanime espresso per gli applausi ai colleghi condannati nel processo Aldovrandi (senza minimamente indagare sullo stato d’animo e la frustrazione che avrebbero potuto generare quella manifestazione estrema), la macchina dell’attacco e della sistematica delegittimazione delle forze dell’ordine non si ferma. Scrivevamo solo poche ore fa su questo stesso giornale che il presidente della commissione sui diritti umani del Senato Luigi Manconi, il leader del partito anti-polizia, vorrebbe schedare i poliziotti invece dei delinquenti.

Ma c’è di peggio. Nell’indifferenza generale il Senato ha appena approvato il disegno di legge che introduce il delitto di tortura nell’ordinamento italiano. L’articolo 1 prevede che chiunque, con violenze o minacce gravi, cagioni acute sofferenza fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale, sia punito con la reclusione da tre a dieci anni. L’articolo 2 prevede che le informazioni ottenute tramite tortura non siano utilizzabili.

A prescindere dai pericolosi margini di discrezionalità che la norma lascia all’interpretazione del magistrato penale, il legislatore ne ha voluto fare un reato comune, non specifico, non riguardante cioè soltanto i funzionari pubblici. La cosa ha mandato su tutte le furie il senatore Manconi. “Il motivo fondamentale della mia critica – dichiara il presidente della commissione sui diritti umani – è che nel provvedimento la tortura non è qualificata come reato proprio ma comune, quindi imputabile a qualunque cittadino e non solo ai titolari di funzione pubblica, cioè alle forze dell’ordine, come avviene invece in molti altri paesi occidentali. Senza questa previsione il provvedimento ne risulta devitalizzato”.

I sindacati di polizia, spaccati sulla “vicenda Aldovrandi”, ieri hanno levato gli scudi compatti. “Vogliamo vedere se chi si è affrettato a crocifiggere i poliziotti per un applauso ‘tarocco’ – dice Gianni Tonelli, segretario generale del Sap – oggi riesce a condannare le sceneggiate dell’Olimpico, dove a godersi lo ‘spettacolo’ c’erano Renzi e Grasso. Gli agenti che rischiano la vita ogni giorno, feriti negli scontri del primo maggio o negli incidenti allo stadio, meritano rispetto”.

“Basta gioco al massacro sui poliziotti”, tuona Giuseppe Tiani del Siap. “Lo Stato si indigna? Retorica – gli fa eco Franco Maccari di Polizia Cois – mentre noi contiamo i feriti Renzi se ne va, scortato. Noi restiamo attoniti dinanzi a tanta superficiale indifferenza, molto lontana dalle accuse ben più indignate di qualche giorno fa contro di noi. In tutto questo Pansa dov’è? Forse assente perché non ci sono agenti da definire ‘cretini’”.
Fortunatamente siamo lontani anni luce da quel tragico dilemma degli anni 70: “O con lo Stato o contro lo Stato”. Per quanti sforzi qualcuno faccia per resuscitare quel clima, noi siamo e saremo sempre con lo Stato democratico, contro i criminali, i malviventi, i teppisti, i picchiatori e le canaglie di ogni risma e colore.

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