Giochi fatti all’Acea ? Sì, no, forse

Acea_sliderLe proposte del sindaco per l’assemblea del 5 giugno. Catia Tomasetti per la presidenza e Alberto Irace come ad


ROMA – Siamo alle ultime battute della guerra in atto da mesi tra il sindaco di Roma e il vertice della maggiore azienda municipalizzata. Entro dopodomani infatti il Comune di Roma, forte del suo 51% delle azioni Acea, presenterà la lista dei consiglieri di amministrazione da portare all’assemblea degli azionisti del prossimo 5 giugno per l’approvazione del bilancio 2013.

I giochi sembrano fatti e il ribaltone del cda viene dato per scontato. Al posto di Cremonesi alla presidenza è uscita dal cilindro di Marino l’avvocato Catia Tomasetti, dello studio Bonelli Erede Pappalardo, “gradita” al sottosegretario Del Rio e a Giovanni Legnini. Per sostituire invece l’amministratore delegato Paolo Gallo, si è pensato ad Alberto Irace, responsabile dell’area idrica di Acea e in passato dirigente di Publiacqua a Firenze, che Marino considera un suo piccolo capolavoro diplomatico espressione congiunta di Matteo Renzi, di Massimo D’Alema e di Francesco Caltagirone, che alla fine si sarebbe piegato, non si sa per quali contropartite, al cambiamento (fino a ieri il finanziere romano aveva sempre sostenuto la conferma di Gallo).

Nonostante dunque il tavolo dell’Acea sia stato apparecchiato, c’è ancora chi scommette che il nutrito ordine del giorno dell’assemblea, con la riduzione del numero dei consiglieri e il rinnovo della governance, possa non essere esaurito. In effetti il sindaco ha provato “da tutti i pizzi”, come si dice a Roma, a disarcionare gli attuali consiglieri. Prima per le vie legali suggerite dal suo “consigliori” avvocato Pellegrino (battaglia persa al Tar); poi tentando di scendere a patti con i soci di minoranza, Caltagirone (16,4%) e Gdf Suez (12,5%), per far dimettere i loro rappresentanti in cda (nessuno ha raccolto l’invito).

A Marino dunque non è restata che l’ultima carta, quella dell’azione di forza per imporre il cambiamento, con il conseguente esborso di circa 7 milioni di euro di buonuscite. Per evitare il salasso, i soliti consiglieri del principe stanno freneticamente cercando di trovare una giusta causa per licenziare il presidente e l’amministratore delegato. Addirittura c’è qualcuno che arriva sconsideratamente ad ipotizzare un «giudizio di responsabilità» nei confronti del cda per poterlo dimissionare in anticipo senza pagare gli indennizzi previsti.

Ma non risulta che ci siano o ci siano state in passato contestazioni formali al board di rilievo tale da giustificare una scelta del genere. Non solo, ma ci sono “autorevoli pareri giuridici secondo i quali non si può procedere alla riduzione del numero dei consiglieri e all’elezione del nuovo cda nelle modalità chieste dal sindaco”, mancando le informazioni minime, necessarie a tutti gli azionisti, per motivare il ribaltone.

Ma il colpo di mano di Marino è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso del Partito democratico romano. Sistematicamente bypassato dalle decisioni del sindaco, contrario alla linea di gestione politica e amministrativa del Comune, penalizzato dalle gaffes del primo cittadino, il Pd è sbottato. Il presidente della commissione bilancio Alfredo Ferrari attende di ricevere la lista definitiva dei candidati per poter esprimere il proprio parere (consultivo sotto il profilo giuridico, ma politicamente pesante). Il circolo Pd dell’azienda ha annullato l’iniziativa elettorale che si sarebbe dovuta tenere il 14 maggio. La Filctem Cgil è in subbuglio e l’on. Morassut, un pezzo da novanta nel partito romano, non risparmia critiche: “Siamo passati dal culto astratto del curriculum a nomine con dubbi su titoli e competenze. La mia proposta, che ho presentato con disegno di legge,  è che si proceda con bando pubblico: si fa una terna ristretta, poi sceglie il sindaco. Altrimenti si torna sempre alle decisioni prese nei salotti o nelle segreterie”.

La partita del vertice dell’Acea sembra dunque ancora tutta da giocare. I pronostici danno vincente Marino, ma in politica, come nel pallone, fino al fischio finale nulla è mai assicurato.

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