Brutti segnali dall’economia reale

euro-coin-SLIDERNel I trimestre dell’anno il Pil è diminuito e i consumi si sono contratti. Segni negativi anche per l’import-export

 

 

ROMA – Il primo colpo l’ha incassato con la disinvoltura del giovane pugile appena salito sul ring. Il secondo l’ha un po’ scosso e dovrebbe indurlo a rivedere qualcosa nella sua strategia di combattimento.

In realtà il calo del Pil dello 0,1% comunicato dall’Istat per il primo trimestre di quest’anno, seguito a ruota dai dati Unioncamere sulla caduta dei consumi nello stesso periodo (-3,7%), se non sono stati colpi da ko per Matteo Renzi, certamente gettano una nuova luce, sinistra, sulle “radiose prospettive” della mistica governativa.

Minimizza, Matteo Renzi. “Un dato poco significativo per il futuro”, si è limitato ad commentare il primo ministro italiano di fronte ai pessimi numeri snocciolati dall’Istat. Invece nei primi tre mesi del 2014 non c’è solo l’imprevisto segno negativo del Pil, ma anche le importazioni sono calate dell’1% e le esportazioni, su cui in tanti facevano conto per riavviare il motore, hanno segnato un -0,8%; l’unica cosa che cresce è il nostro debito pubblico. I sogni di ripresa sembrano quindi svaniti all’alba della scorsa settimana e la Borsa di Milano ha vestito la maglia nera dell’ultimo della classe.

Anche sul fronte caldo dei consumi, resta ampiamente sotto l’asticella dello zero la dinamica delle vendite commerciali nei primi tre mesi dell’anno. La perdita di fatturato – segnala l’indagine congiunturale di Unioncamere – continua a essere di entità rilevante tra le imprese con meno di 20 dipendenti (-4,5%), ma è comunque consistente anche tra quelle di dimensioni maggiori, compresa la grande distribuzione organizzata (-1,6%). Tra i settori, il più penalizzato è quello del commercio al dettaglio non alimentare (-4,2%), seguito dal food (-3,4%).

Insomma, Caporetto! Ma la linea del Piave, affidata alla sola distribuzione in busta paga di 80 euro a testa per circa 10 milioni di italiani, appare quanto mai fragile e rischia di crollare al primo assalto dei mercati finanziari che, a giudicare dall’improvviso aumento dello spread, potrebbero aver riacceso i riflettori sull’Italia.

Francesco Saraceno, senior economist del centro di ricerca in economia dell’Istituto SciencesPo di Parigi commenta: “La recessione era più che prevedibile con queste politiche: se il problema è la mancanza di domanda aggregata, e la domanda privata non c’è, serve quella pubblica. E invece cosa fa la maggioranza dei governi europei? Riduce la spesa pubblica e taglia le tasse alle imprese. E non ha senso. Se investiamo risorse per sostenere le aziende e non c’è nessuno che compra, siamo punto e a capo”.

Si torna così a bomba, quella stessa bomba esplosa sotto la poltrona di Mario Monti e di Enrico Letta. Se anche Matteo Renzi non ha la forza di rinegoziare a Bruxelles il “fiscal compact”, di prorogare il pareggio di bilancio e la soglia di deficit del 3%, di scrollarsi di dosso il cappio al collo del “patto di stabilità”, allora tutto è perduto: gli investimenti non ripartono e con loro né l’occupazione né i consumi. Affondiamo ineluttabilmente nella deflazione.

Rimandare tutto a dopo le elezioni europee (sperando forse che il successo dei partiti euroscettici possa ammorbidire il rigore della Merkel), o al semestre di presidenza italiana dell’Unione, senza aver chiari gli obiettivi e la determinazione politica necessaria a conseguirli, potrebbe rivelarsi un’attesa messianica. Non a caso lo spettro delle elezioni politiche ha ricominciato ad aleggiare.

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