Le prove che attendono Renzi, cinto di alloro

Renzi-slider-3Reduce dai trionfi elettorali, il premier affronta il confronto con i partner europei. In ballo le tre presidenze dell’Unione

 

 

ROMA – “Tanti onori tanti oneri”, si potrebbe dire per Renzi reduce dallo strepitoso successo elettorale, parafrasando la celebre frase pronunciata da Giulio Cesare prima di affrontare i Galli di Vercingetorige (e poi ripresa sconsideratamente da Mussolini).

Si comincia subito a ballare, fin da stasera nella riunione informale a Bruxelles dei capi di Stato e di governo dei 28 paesi Ue. Ma non c’è comunque tanto tempo per nominare i vertici di quell’Europa “diversa” che sembra uscita dalle urne. Il 24 giugno infatti dovranno essere formati tutti i gruppi politici. Due giorni dopo comincia il Consiglio europeo vero e proprio e per quella data si spera di aver trovato una soluzione condivisa per i capi della Commissione (indicato per la prima volta dal Parlamento), del Consiglio dei ministri Ue e dell’Europarlamento, che si riunirà ufficialmente all’inizio di luglio.

Il nostro giovane e vincente premier ha già fatto sapere che fin da stasera intende aprire con i partner europei un “confronto impostato non solo sui nomi, ma su cosa vogliamo far fare”. D’altronde abbiamo imparato anche che dietro i proclami e le belle parole, Renzi nasconde un temperamento di abile negoziatore e di uomo di potere (le recenti nomine negli enti pubblici italiani docent).

Non deve tuttavia sottovalutare le resistenze della burocrazia comunitaria e lo spirito non proprio filo italiano che si respira a Bruxelles. Ne è una dimostrazione la recente dichiarazione del presidente uscente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, che senza il minimo accenno autocritico si dichiara “estremamente preoccupato” per la “tendenze populistiche” e in particolare per il voto anti-immigrazione che emerge dal voto europeo. “Sta andando giù tanto la fiducia nelle istituzioni europee sostiene Barroso – quanto quella nelle istituzioni nazionali, anzi spesso quest’ultima peggiora di più e l’Italia ne è un esempio”.

Per la presidenza della Commissione – a cui l’Italia non può aspirare avendo già la presidenza della Bce – si è autocandidato il leader dei popolari, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, che dichiara: “Come candidato di punta  del partito maggiore, io ho vinto l’elezione” e quindi sarò io a prendere il posto di Barroso. Il problema sono i voti nel nuovo Parlamento. Il Ppe ha 213 rappresentanti, mentre per eleggere il presidente della Commissione ne occorrono almeno 376, cioè la maggioranza assoluta dei parlamentari. Juncker spera di riuscire a formare una coalizione “filo-europea” con verdi, liberaldemocratici e socialisti, ma non ha fatto i conti con Martin Schultz che forte dei 190 deputati socialisti ha intenzione di vender cara la pelle.

Tra i due candidati, soprattutto se ingaggiassero un duello all’ultimo sangue tra loro, non è detto che non possa farsi avanti un terzo outsider con tutte le esperienze e le riconosciute capacità per aspirare al titolo. In questo caso i nomi più ricorrenti, tutti in rosa, sono quelli del direttore generale del Fmi, Chistine Lagarde, o il primo ministro danese Helle Thorning-Schmidt.

L’Italia può, anzi deve puntare su un commissario “pesante” al posto del peso leggero Tajani che conclude in anticipo il mandato, senza lasciare tracce evidenti del suo passaggio. Il governo deve ancora affrontare il problema, ma le voci di corridoio corrono sia per quanto riguarda l’obiettivo in seno alla Commissione (gli Affari Economici o l’Antitrust), sia per la scelta del candidato.

Al riguardo, anche prima delle elezioni si erano fatti i nomi di due “rottamati”, Massimo D’Alema o Enrico Letta, che, oltre che per una sorta di “risarcimento” politico, meriterebbero l’incarico per le indubbie competenze. C’è da sperare che al termine della selezione venga scelto proprio uno dei due, dal momento che gli altri nomi in circolazione, l’ex ministro Enzo Moavero o l’ex Bce Lorenzo Bini Smaghi, svelerebbero dal primo istante la linea subalterna della posizione italiana.

Se si puntasse anche legittimamente alla presidenza dell’Europarlamento, i candidati italiani potrebbero essere il vice presidente uscente Gianni Pittella, o l’ex capogruppo David Sassoli, uscito alla grande dalla prova elettorale, o anche l’ex leader della Cgil Sergio Cofferati. Sulla carta avrebbero tutti più o meno le stesse chance di successo.

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