Tante ombre e poche luci secondo l’Istat

Emigrazione-sliderNel rapporto annuale dell’Istituto la sintesi di tutti i mali della crisi. La caduta dei consumi non si ferma

 

 

ROMA – Presi uno per uno, i grandi numeri del nostro declino li conoscevamo già: il Pil, la disoccupazione, i fallimenti, la caduta dei consumi. Messi però tutti insieme, come fa l’Istat nel suo ultimo rapporto annuale, provocano ancora una grande impressione. Ne esce un paese alle prese con famiglie sempre più in difficoltà, con una diaspora di giovani in fuga, con un esercito di oltre 6 milioni di cittadini senza lavoro.

La ripresa dell’economia, continuamente evocata, resta una chimera. Nel 2013 il Pil è sceso dell’1,9%, sotto i livelli del 2000, e, malgrado il debole segnale del quarto trimestre, quest’anno ha preso il via con una doccia fredda . Giù anche i consumi, per il terzo anno consecutivo (-2,6%), e il potere d’acquisto, in calo dell’1,1%. Sempre a livello macroeconomico, l’Istituto di statistica ha descritto il buon andamento delle esportazioni (+0,1%), una flessione delle importazioni e un’inflazione in netto calo.

La vera piaga resta il lavoro. L’anno scorso sono stati bruciati 478 mila posti, record (negativo) dall’inizio della crisi. Contemporaneamente, la disoccupazione ha proseguito la sua crescita, dal 10,7% del 2012 fino al 12,2%. Tutti i settori sono stati colpiti, sopratutto l’industria e le costruzioni: -9,3%. La diminuzione dell’occupazione ha riguardato i contratti a termine e i giovani: il tasso tra i 15 e i 24 anni è salito del 4,5% in 12 mesi, fino a quota 40%.

Secondo il rapporto diffuso oggi, nel nostro Paese tra disoccupati e persone che vorrebbero lavorare si contano 6,3 milioni di senza posto. Nel 2013, ai 3 milioni e 113 mila di disoccupati si sono aggiunte 3 milioni e 205 mila forze lavoro potenziali, ovvero gli inattivi più vicini al mercato del lavoro. Si arriva così a oltre 6 milioni di individui che l’Istat nel rapporto annuale ha definito «potenzialmente impiegabili». In aumento pure gli scoraggiati (1 milione 427 mila). Guardando ai giovani, nel 2013 i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano, i cosiddetti Neet, sono 2 milioni 435 mila, in aumento di 576 mila rispetto al 2008.

Le conseguenze economiche e soprattutto sociali sono drammatiche. La caduta della domanda di lavoro, l’emorragia inarrestabile delle aziende in difficoltà, hanno spinto a cercare nuove opportunità d’impiego al di là dei confini dell’Italia. Con le analisi Istat ferme al 2012, hanno lasciato il Paese oltre 26 mila giovani tra i 15 e i 34 anni, 10 mila in più rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni, sono stati quasi 100 mila ad abbandonare il nostro Paese. La nemesi storica dell’emigrazione italiana, che sembrava un fenomeno del secolo scorso, torna a materializzarsi.

E il Paese si spopola. Nel 2013, infatti, si è toccato un nuovo minimo storico per le nascite da quasi 20 anni. Si stima che siano stati iscritti all’anagrafe poco meno di 515 mila bambini, 12 mila in meno “rispetto al minimo storico registrato nel 1995”. A rialzare la media sono solo i nuovi immigrati extra comunitari che, contrariamente a quanto dice l’Istat (-27,7% nel 2012 rispetto al 2007), continuano, anzi moltiplicano gli arrivi.

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