Il canducator Prandelli mostra qualche ruga

Italia_mondiali_sliderAlla vigilia del Mondiale, sono più che mai evidenti i vizi e i limiti del nostro calcio. Discutibili scelte tattiche

 

 

ROMA – A dispetto del risultato (5 a 3 contro la squadra brasiliana del Fluminense), anche quella vista ieri all’opera non è stata una bella Italia. Se si eccettua la buona prova di alcuni e la tripletta di Ciro Immobile (che non giocherà nella formazione titolare), la squadra di Prandelli ha mostrato tutti i limiti di lentezza e di sterilità messi in mostra nelle ultime prove premondiali. Con l’aggravante di amnesie difensive ancor più evidenti di quelle denunciate persino nel ridicolo pareggio con il Lussemburgo.

A sei giorni insomma dal debutto nel mondiale brasiliano, la squadra italiana non è sicuramente a posto. La difesa fa acqua, il centrocampo senza Pirlo (Verratti ne è una bella copia) non ha né capo né coda, mentre in attacco si continua ad insistere su Balotelli che più che prendere calcioni ogni volta che tocca palla e rischiare l’espulsione per fallo di reazione, in questo momento non sembra in grado di produrre. Prandelli invece continua a professarsi ottimista e a fine gara ha assicurato che gli azzurri saranno brillanti per l’esordio. In base a quali elementi lo dichiari non è dato sapere.

Sul ct della Nazionale comincia comunque ad affiorare qualche dubbio. Cesare Prandelli è stato chiamato alla guida della Nazionale nel 2010, al termine dell’orribile campionato del mondo in Sudafrica, che segnò il fondo delle performance calcistiche nazionali. Da allora la squadra azzurra ha perso nove partite, ma solo due di queste sconfitte sono arrivate in partite con un’alta posta in palio: lo 0-4 contro la Spagna nella finale dell’Europeo 2012 e il 2-4 contro il Brasile alla Confederations Cup del 2013. E poi gli otto pareggi e le sette sconfitte nelle partite amichevoli, interrotte solo da quattro vittorie.

Roma non è stata costruita in un giorno, dicevano i latini, e neppure una rivoluzione, sia pure calcistica, si può fare in quattro anni. A parte che ci sarebbe da discutere su questa durata, la si potrebbe anche concedere se fossero evidenti i segni del cambiamento. Invece francamente i vecchi vizi non sono stati corretti e i giovani talenti non emergono (fatta eccezione per il trio Zeman, Verratti-Immobile-Insigne).

Di Prandelli non si discutono l’onestà intellettuale e la preparazione tecnica. Hanno destato invece qualche rilievo critico le sue regole morali applicate talvolta con un certo arbitrio intermittente. Si ricorda il caso dell’attaccante della Roma Mattia Destro, punito l’anno scorso con l’esclusione da un raduno per un pugno rifilato al difensore del Cagliari Astori. Nessuna punizione, invece, per Giorgio Chiellini, beccato dalle telecamere e dal giudice sportivo mentre sferrava una gomitata in faccia al romanista Pjanic. “Non è gioco violento”, sentenziò Prandelli per non privarsi di un difensore titolare prima di un Mondiale.

Così come ha destato sorpresa qualche giorno fa il rinnovo anticipato del contratto con la Figc che consentirà a Prandelli di portare a casa più di un milione e mezzo di euro all’anno, cioè il quadruplo dei 239mila euro che costituiscono l’appannaggio del Presidente della Repubblica. Ma come – ha obiettato qualcuno – che senso ha un contratto stipulato dalla Figc, a sua volta dipendente da un ente pubblico come il Coni? E poi anche il premier Renzi (grande amico di Prandelli) non si stanca di ripetere che anche dirigenti pubblici vanno premiati in base ai risultati ottenuti, mentre per l’allenatore degli azzurri il contratto è stato firmato prima dell’inizio dei Mondiali, e in anticipo sulla scadenza. Sarebbe ora che chi fa belle prediche imparasse anche a razzolare allo stesso modo.

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