Lo spettro della deflazione mette paura

Renzi--Abe-sliderCon l’inflazione a zero i consumi continuano a calare e migliaia di posti di lavoro sono a rischio

 

 

ROMA – Anche Mario Draghi alla fine si è convinto che di questo passo, con l’inflazione praticamente a zero e i consumi in continuo calo, lo spettro della spirale deflazionistica non è più una semplice ipotesi. Non che poi abbia fatto granché per invertire il ciclo, non essendo certo il taglio del tasso di riferimento dallo 0,25 per cento allo 0,15% una misura risolutiva (del “quantitative easing” se ne riparlerà forse a settembre).

Dopo l’allarme lanciato dalla Confindustria, ora anche la Cgil, prendendo ad esempio il Lazio, ci spiega che, essendo i consumi interni della Regione pari a 130 miliardi di euro, un calo dei prezzi dello 0,1% su base trimestrale comporta un indice deflattivo dello 0,44% e una perdita di valore dei consumi pari a 572 milioni di euro, che a loro volta corrispondono all’occupazione di 13 mila lavoratori”.

Che si può fare per scongiurare questa drammatica prospettiva? La ricetta di Claudio Di Berardino, segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio, è tanto corretta quanto inefficace. Disaggreghiamo la risposta del sindacalista nelle singole componenti.

1.    “Prima di tutto vanno difesi i redditi dei lavoratori, dipendenti e autonomi, e dei pensionati”: la disoccupazione invece continua ad aumentare, la sola Alitalia si appresta a licenziare 2.200 esuberi, migliaia di esercizi commerciali chiudono i battenti ogni mese
2.    “Va rilanciata l’occupazione, vanno stabilizzati i precari, vanno create occasioni di crescita e sviluppo”: dall’inizio della crisi i giovani precari continuano a crescere e di occasioni di sviluppo non c’è traccia in tutta Italia.
3.    “Bisogna puntare decisamente sui nuovi investimenti sfruttando al meglio i fondi europei, intensificando la lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, sbloccando con finanziamenti pubblici le grandi opere”: auspicio assolutamente lodevole, che ha la stessa efficacia concreta della pace nel mondo.
4.    “Occorre perseguire politiche fiscali più eque e introdurre una volta per tutte rigidi criteri di progressività”: impatto sulle risorse da destinare ai consumi e agli investimenti uguale a zero.

Mentre il povero Di Berardino esponeva le sue teorie, ovvie e sterili, le cose concrete si muovevano esattamente nella direzione opposta. Il Comune di Roma presentava il suo piano di rientro dal deficit pari a 540 milioni di euro. A parte 150 milioni che gli potrebbero essere riconosciuti come extra-costi per il ruolo di Capitale, gli altri 400 milioni andranno ricavati dal taglio delle spese: livellamento degli stipendi dei dipendenti e dei dirigenti, tagli e fusioni delle società partecipate, riduzione degli acquisti di beni e servizi, ridimensionamento dei contratti di servizio con le imprese municipalizzate. Contestualmente il governo nazionale prescriveva la “riduzione delle spese di ciascuna amministrazione, per un importo non inferiore all’1% della spesa sostenuta nel 2013”.

Intendiamoci, tutte misure sacrosante che, se realizzate, dovrebbero riportare in ordine i conti del Paese e di Roma Capitale. Ma la cui natura è indubbiamente prociclica, cioè si muove nella stessa direzione del trend deflazionistico. Come ci hanno spiegato più volte illustri economisti e Premi Nobel, come Stiglitz o Krugman, per rimettere in moto consumi e investimenti bisogna aumentare la spesa pubblica, non ridurla. Per ridurla e razionalizzarla ci sarà tempo quando l’inflazione sarà tornata ai livelli fisiologici del 2/2,5 per cento e il sistema di accumulazione avrà ripreso a girare.

E’ la ricetta che ha consentito all’economia giapponese di uscire dal ristagno durato vent’anni. Come ha fatto? Lo ha spiegato il ministro nipponico della Rivitalizzazione economica (un dicastero nuovo di zecca che farebbe tanto bene anche a noi!), il più diretto esecutore della Abenomics, la dottrina con cui il primo ministro Shinzo Abe è andato al potere. “Abbiamo innanzitutto raddoppiato in due anni la massa monetaria da 138 trilioni di yen a 270 – spiega Akira Amari – I conservatori sostenevano che le nuove risorse non sarebbero arrivate ai mercati e invece, come noi sostenevamo, è accaduto il contrario. In secondo luogo abbiamo messo in campo un pacchetto di spese aggiuntive, destinate prevalentemente ai lavori pubblici (la ricostruzione dopo lo tsunami) e alla promozione di investimenti privati. Ora – conclude il ministro giapponese – ci apprestiamo a scoccare la terza ‘freccia’: per investire le aziende devono poter innovare, quindi introdurremo consistenti agevolazioni fiscali per la ricerca e lo sviluppo”.

Continuare invece, come facciamo noi a tutti i livelli, a parlare di riforma fiscale, di contrasto all’evasione o di stabilizzazione dei precari, mentre tutto gira all’incontrario, equivale al vaniloquio di cui racconta il cantante americano Bruno Mars nel suo “Talking to the moon”.

Potrebbero interessarti anche