I sogni svaniscono all’alba del semestre

Juncker_slider“Il fiscal compact non si tocca”, ordina la Merkel a Matteo Renzi. Il premier italiano si converte alla nomina dell’ultra ortodosso Juncker alla guida della Commissione

 

 

ROMA – Dopo il “cahier de doléances” arrivato nei giorni scorsi da Bruxelles accompagnato dalla sonora bocciatura della richiesta italiana di slittamento di un anno del pareggio di bilancio, gli ultimi accordi per la nomina dei vertici istituzionali della Ue hanno spazzato via anche le ultime speranze di cambiamento.

Se qualcuno ancora si illudeva che il peso politico di Renzi in Europa, frutto del suo sorprendente successo elettorale, avrebbe accresciuto le possibilità di una rilettura critica delle regole di austerità, si è dovuto immediatamente ricredere. Nella telefonata di ieri tra il premier italiano e Angela Merkel, la cancelliera è stata come al solito tranchant: “Il fiscal compact non si tocca, è blindato”. Il suo fido ministro delle finanze Wolfgang Schauble si è preoccupato di darne l’interpretazione autentica: “Le regole attuali sono sufficientemente flessibili e i problemi degli anni passati dimostrano che vanno rispettate”.

Più chiari di così sulla continuità della politica economica e monetaria della Ue non si poteva essere. E infatti il nostro ministro dell’Economia Padoan ha capito al volo l’antifona e si è affrettato a dichiarare che l’Italia non chiede all’Ue maggiore flessibilità di bilancio, scorporando gli investimenti produttivi dal calcolo del deficit, perchè “abbiamo posto il problema  di mettere in campo tutti gli strumenti di cui l’Europa già dispone per accelerare la crescita  e la creazione di posti di lavoro”.

In un certo senso, Renzi peggio ancora di Letta, se non addirittura di Monti. Gli ex presidenti del Consiglio infatti avevano entrambi promesso di giocare almeno la carta della “golden rule” per scorporare in tutto o in parte dal deficit alcune categorie di investimenti produttivi. Una decisione al riguardo era persino all’ordine del giorno del Consiglio europeo di fine giugno 2012.

Poi non se ne fece nulla, ma almeno ci avevano provato. Renzi invece, dopo le roboanti dichiarazioni di inizio mandato (“cambieremo verso alla politica economica europea”, “spezzeremo le reni ai burocrati di Bruxelles”), subisce il diktat della Merkel per l’elezione di Jean Claude Juncker alla guida della Commissione e per la blindatura del patto di stabilità, che fino a ieri era considerato il cappio al collo dello sviluppo.

Persino un commentatore mite e solitamente allineato come Stefano Folli non può fare a meno di notare che “Juncker è considerato il più sicuro interprete della linea dell’austerità, anzi è persino qualcosa di più. E’ l’emblema stesso della ‘continuità’, ossia di un’Europa ‘tedesca’ che non vede motivo per ‘cambiare verso’ sul piano economico………Per cui se il buongiorno si vede dal mattino, la prospettiva di un’altra Europa a breve sembra proprio un sogno di mezza estate”.

E il risvolto della scellerata “continuità”, è noto, significa per l’Italia aumento asfittico del Pil, crescita della disoccupazione, calo dei consumi e degli investimenti, desertificazione industriale. Persino una fonte non sospetta come Christine Lagarde, in qualità di direttore del Fondo monetario internazionale, lancia l’allarme sulla bassa crescita, sollecita politiche per il rilancio dello sviluppo e dell’occupazione, critica le eccessive complessità del patto di stabilità e soprattutto ammonisce a non ricorrere ancora a misure di austerità.

Renzi è pronto a barattare tutto questo per qualche poltrona in più in Commissione (il colmo sarebbe che poi ci mandasse gente come Bini Smaghi o Moavero) o per l’aria fritta di un mega programma europeo di investimenti, sostenuto da ipotetici “project bond, che impiegherebbe anni ad essere varato”? Se così malauguratamente fosse sarebbe un suicidio politico contro cui andrebbe a sbattere non solo il suo governo, ma anche il suo strabiliante 40,8 per cento di voti.

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