La giaculatoria sulla crisi della cultura

domusaureaIl X Rapporto di Federculture sullo stato dei beni e delle attività culturali. Allarmanti i dati sulla Capitale

 

 

ROMA – Il Rapporto annuale di Federculture è ormai diventato, come le Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, uno di quegli appuntamenti liturgici che occupano un posto fisso nell’agenda di politici, giornalisti, operatori di settore, istituzioni culturali.

Il X Rapporto, presentato questa mattina al conservatorio di Santa Cecilia alla presenza dei due ministri dei Beni Culturali e dell’Istruzione, si intitola “Cultura. L’alternativa alla crisi, per una nuova idea di progresso”. E ancora una volta, tenacemente, delinea gli scenari possibili, le politiche e le azioni per una vera alternativa alla crisi. Facendo perno sulla cultura come bene comune e come servizio pubblico, per ricostruire una democrazia delle opportunità. Rilanciando un processo di investimenti che superi i limiti della burocrazia dominante, le inefficienze del sistema produttivo e la cattiva politica. Per tornare a essere un Paese che produce cultura, idee e bellezza e riprendere, così, quella vocazione storica che ci appartiene e che può offrire anche oggi ai nostri giovani un futuro migliore.

Affiora però negli ascoltatori della relazione di Roberto Grossi e nei lettori del Rapporto una certa stanchezza, un “déjà vu” ripetitivo che toglie obiettivamente forza alla denuncia. Sono dieci anni che i solerti analisti di Federculture raccolgono i dati sulle affluenze museali, tracciano tendenze, suggeriscono interventi, denunciano carenze e misfatti. E sono dieci anni che non succede mai niente, che le risorse destinate alle attività culturali vengono tagliate, che il benchmark con gli altri paesi europei peggiora ogni anno e lo stato di degrado del nostro patrimonio non conosce fine.

Ciò non toglie che il Rapporto resti comunque un documento oltremodo istruttivo. Cronologicamente si colloca, per sua stesso ammissione, “in un momento storico in cui il tunnel della crisi sembra non avere uscita, in cui le speranze dei cittadini e delle imprese si assottigliano giorno dopo giorno e le soluzioni adottate dai governi, dell’Italia come degli altri Paesi, non riescono ad aprire concreti orizzonti di cambiamento”. In questo contesto appare evidente che serve “una rivoluzione culturale che affermi nuovi obiettivi per lo sviluppo dell’economia e dell’occupazione ma soprattutto per la convivenza civile e l’innovazione. La cultura, la ricerca, la diffusione dei saperi possono migliorare la qualità della vita e contribuire ad aprire quella fase nuova del progresso che tutti aspettiamo. Come è sempre avvenuto nella storia dell’umanità”.

Il Rapporto 2014 delinea gli scenari possibili, le politiche e le azioni per una vera alternativa alla crisi, facendo perno sulla cultura come bene comune per ricostruire una democrazia delle opportunità e rilanciando un processo di investimenti che superi i limiti della burocrazia dominante, le inefficienze del sistema produttivo e la cattiva politica. Si farebbe fatica a trovare qualcuno che non sottoscrivesse  una simile dichiarazione di intenti.

Il discorso di Federculture si fa un po’ più preciso quando zumma su Roma. Anche qui la rete delle strutture culturali cittadine nel 2013 ha perso il 5,7% dei visitatori (1,4 milioni totali), calo già iniziato nel 2012 dopo oltre un decennio di crescita impetuosa del pubblico che, tra il 2000 e il 2011, era aumentato ben del 57%. Gli ultimi due anni segnano invece un crollo del 12% dei visitatori. Ma è il Macro a subire un vero e proprio crollo: i visitatori in un anno sono più che dimezzati, -52%. Male anche i Musei capitolini che perdono quasi il 9% degli ingessi o l’azienda Palaexpo, le cui presenze diminuiscono del 10%. D’altronde gli investimenti del Comune per la cultura nel 2008 erano pari al 4% del bilancio, mentre nel 2013 sono scesi al 2,5%. Uniche note liete quelle del Maxxi +43%, e del Museo dell’Ara Pacis +37%.

Qualche spiraglio in più di luce si intravede a livello regionale. Il Lazio infatti è caratterizzato da un’altissima concentrazione di beni storico artistici, luoghi di cultura e di spettacolo: vi sono 316 siti culturali tra musei, monumenti e aree archeologiche, oltre 1.200 biblioteche, migliaia di beni immobili storici vincolati e 200 aree naturali protette. Il patrimonio museale e monumentale della regione accoglie ogni anno oltre il 20% dei visitatori complessivi dei siti culturali nazionali. In questo quadro, spiega Federculture, Roma fa la parte del leone con il 60% dei siti e oltre il 90% dei visitatori della regione. Per quanto riguarda in particolare gli istituti statali, nel 2013 i visitatori nei siti laziali sono stati 17,6 milioni il 4% in più dell’anno precedente. In aumento anche gli introiti: oltre 54 milioni di euro, in crescita dell’8%.

D’altra parte, ha affermato stamattina con veemenza Grossi, “se non ci sarà un progetto di sviluppo per Roma, difficilmente ce ne sarà uno per il Paese legato alla cultura. Per questo fa bene Franceschini a preoccuparsi della Domus Aurea e della Casa del jazz”. Il Comune “deve essere la cabina di regia di questo cambiamento, ma con sussidiarietà rispetto agli altri soggetti come lo Stato, la Regione e i privati. Se Roma vuole tornare a essere il luogo della contemporaneità, come 15 anni fa, quando ha fatto questa scommessa con il Maxxi, il Macro e l’Auditorium, deve superare le paure e riprendere uno spirito di convergenza, con idee chiare, che riporti a investire su una nuova produzione. Dobbiamo capire che la cultura è l’unico elemento che guida lo sviluppo e ci dà l’indicazione verso il progresso. Ecco, dobbiamo smettere di parlare della crisi e iniziare a parlare di progresso”.

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