L’ultimo assalto alle aziende pubbliche

Palazzo_Chigi_sliderPadoan, non servirà una manovra correttiva, ma eventualmente altre dismissioni

 

 

ROMA – Il dibattito politico in corso assomiglia ogni giorno di più a una pièce teatrale di Beckett o di Pirandello. La caratteristica peculiare del teatro dell’assurdo infatti è il deliberato abbandono della struttura tradizionale (la trama, la concatenazione degli eventi, la catarsi) sostituita da una successione estemporanea di eventi, legati fra loro da una labile ed effimera traccia (l’emozione suscitata dall’eloquio di Renzi), apparentemente senza alcun significato. La sua espressività si caratterizza per i dialoghi senza senso, ripetitivi e serrati, capaci di suscitare a volte il sorriso nonostante il senso tragico del dramma che stanno vivendo i personaggi.

Questo format non ricorda forse il discorso aulico di Matteo Renzi al Parlamento europeo (con il corredo di citazioni liceali), o l’arco di trionfo e l’alloro del suo ritorno a Roma, o il mistero subito svelato dai custodi dell’austerity in merito ai concetti astratti di crescita e flessibilità, o anche gli equilibrismi del povero Padoan alle prese con la quadratura del rispetto dei vincoli comunitari con le esigenze improcrastinabili di ripresa dello sviluppo e dell’occupazione?

Il tutto mentre si elegge a capo della Commissione l’ultra conservatore Jean-Claude Junker, accontentandosi dei generici impegni che costelleranno il suo discorso d’investitura, si punta al prestigioso ma sostanzialmente inutile posto di alto rappresentante per la politica estera dell’Ue per la cara Federica Mogherini; la deflazione continua ad avanzare inesorabilmente e il Pil di quest’anno rischia di non superare l’asticella di mezzo punto percentuale; gli investimenti e l’occupazione compaiono solo nelle declamazioni liturgiche delle buone intenzioni.

“Le riforme cui pensano Renzi e Berlusconi – sostiene Eugenio Scalfari –  sono due, tutte e due in materia elettorale. Nessuna delle due si occupa di crescita economica, di investimenti, di occupazione, di coesione territoriale, di equità sociale…….Perciò gli italiani e gli europei se ne infischiano totalmente sia che si facciano sia che non si facciano”.
La risposta, affidata a Padoan, è un raro esempio di funambolismo dialettico. Le polemiche sulla flessibilità tra i paesi europei troveranno uno sbocco condiviso? “Ci sarà un ampio dibattito sulla crescita e sulle riforme strutturali. Le regole ci sono e hanno ampi margini di flessibilità, che va usata al meglio”. Ma come misurare le riforme e il loro impatto sulla flessibilità? “Il concetto di misura è un concetto standard accettato da tutti. Si tratta di mettersi d’accordo sui criteri(!!)”.

E poi il coup de théatre finale: se il Pil crescerà meno dello 0,8% previsto, non c’è il rischio di sforare il 3% del deficit? “Lo escludo e di conseguenza escludo la necessità di una manovra correttiva in autunno”. Anche se poi aggiunge che, in caso di bisogno, si potrà sempre ricorrere ad altre dismissioni: “Eni ed Enel hanno una partecipazione diretta dello Stato che è ancora cospicua e tale da garantirne il controllo pur in caso di ulteriori cessioni. E’ un’ipotesi al vaglio”. Qui non si tratta più di fantasie, ma di bugie belle e buone. Lo si è visto nelle ultime assemblee dei due gruppi energetici: quando si è andati al voto per le remunerazioni, i fondi di investimento azionisti di Enel ed Eni, sindacati fra loro, hanno nettamente battuto il socio di riferimento pubblico con il 30% delle azioni. Figurarsi cosa accadrebbe alle nostre aziende strategiche dell’energia se quella quota di “controllo” scendesse al 25%!

Senza una strategia chiara e un programma credibile, il governo Renzi rischia la bulimia da prestazioni che potrebbe dissipare quel patrimonio di speranze e di identità riformatrice che ne hanno decretato il successo. D’altronde nella poetica pirandelliana sulla “doppia” identità che alberga in tutti noi, a Renzi, che ha provato a cambiare verso all’Italia e all’Europa, non rimarrebbe che ammettere di essere nient’altro che il “fu Matteo Pascal”.

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