Ma Renzi ci fa o c’è?

Renzi-ape-2Il presidente del Consiglio giudica “fantastica” la vendita della Indesit agli americani della Whirlpool con la speranza che crei posti di lavoro. Le crisi già in atto delle due imprese. Gli esuberi attesi dal nuovo piano industriale unificato. La lunga lista di multinazionali in fuga dall’Italia

 

 

ROMA – Alcuni cominciano a chiederselo: il presidente del Consiglio è consapevole di quello che sta accadendo in Italia o è convinto che la gente crederà in eterno alle sue storie che gli hanno assicurato il 40% elettorale? Effettivamente c’è da dubitarne, come quando di fronte alla vendita di uno degli ultimi gruppi industriali italiani a una multinazionale straniera afferma tracotante: “Considero fantastica l’operazione Indesit. Ho parlato personalmente io a Palazzo Chigi con gli americani di Whirlpool. Se hanno soldi e idee per creare posti di lavoro, gli imprenditori stranieri in Italia sono i benvenuti”.

Forse il suo ministro per lo Sviluppo economico Guidi gli avrebbe dovuto far presente che tra i 150 e passa tavoli di crisi aperti al ministero ce ne sono due intestati rispettivamente alla Indesit e alla Whirlpool. Ma a prescindere dalle crisi già in atto, è certo che quando il board della compagnia americana si riunirà a Benton Harbor, sul lago Michigan, per definire il nuovo piano industriale post M&A provvederà a razionalizzare il sistema produttivo italiano articolato oggi in otto stabilimenti tra Indesit e Wirlpool, con evidenti duplicazioni e possibili sinergie.

Risultato scontato: un numero più o meno grande di esuberi. Questo tutti lo sanno, tranne Renzi, che ancora parla di nuovi posti di lavoro. Torna quindi spontanea la domanda: ma ci crede davvero o non sa di che parla? Se il dilemma fosse questo, qualsiasi risposta sarebbe inquietante.

D’altronde non ci voleva molto ad allarmarsi per l’ennesima svendita di nostre aziende industriali (Whirlpool ha pagato 1,5 miliardi di euro per il 60% della Indesit, cioè nemmeno la metà del suo fatturato), anziché definire “fantastica” l’operazione. Bastava guardarsi intorno per accorgersi della “grande fuga” delle multinazionali dal nostro Paese.

I casi ormai non si contano più, a cominciare dalla Fiat che, come ampiamente previsto, ha stabilito  la sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra e chiude lo stabilimento di Termini Imerese a causa degli alti costi di produzione. Per proseguire con l’Alcoa, che ha deciso di chiudere i battenti in Italia dati i costi eccessivi dell’energia, o la Glaxo, il colosso della farmaceutica che chiuderà il centro di ricerca di Verona nel campo delle neuroscienze, così come la Sanofi Aventis che liquida il centro di ricerca di Milano, o la Pfizer, che in pochi anni ha lasciato a casa centinaia di dipendenti in Italia. E per cambiare settore, sempre come esempio, la Yamaha chiude lo stabilimento di Monza per spostarsi in Spagna, o la Nokia, che trasferisce il centro di ricerca da Cinisello Balsamo a Dallas, in Texas, o l’E-On, l’Ideal Standard, la Perugina………. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Nella comunità industriale internazionale gira la battuta: “L’ultimo che lascia l’Italia spenga la luce”. D’altronde, ammettiamolo, per quale motivo razionale un’impresa multinazionale, potendo scegliere, dovrebbe insediarsi in Italia per pagare il doppio delle tasse sugli utili? Per quale motivo dovrebbe utilizzare le nostre astruse norme commerciali, o impiegare anni per aprire uno stabilimento, o non poter licenziare un dipendente?

Per questo era lecito domandarsi se il governo si rende conto di che cosa sta accadendo. Forse, oltre che riformare la legge elettorale e l’eleggibilità dei senatori, farebbe bene ad occuparsi dei disoccupati che continuano ad aumentare, dei poveri assoluti (quelli che non riescono ad acquistare beni e servizi essenziali), che hanno raggiunto il 10% della popolazione, del debito pubblico che ogni mese batte un nuovo record, delle condizioni di fondo (proibitive) per fare impresa in Italia.

Angelo Panebianco diceva qualche giorno fa che Matteo Renzi “potrebbe perdere di brutto le prossime elezioni” se non riuscirà a sciogliere i due nodi delle tasse e dell’immigrazione. Temiamo che, se le cose non cambieranno in fretta, le cause di un’eventuale sconfitta sarebbero assai più numerose.

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