Sciopero unitario in tutto il gruppo Eni

raffineria-eni-SLIDERDopo l’annuncio shock di Eni di mettere in discussione l’impianto strategico dell’industria chimica e della  raffinazione in Italia, i sindacati dichiarano lo sciopero per il 29 luglio

 

 

ROMA – Martedì 29 luglio sarà sciopero per l’intera giornata dei lavoratori di tutte le aziende del Gruppo Eni (impianti di raffinazione, produzione e perforazione, impianti chimici e petrolchimici, sedi direzionali, depositi, uffici commerciali e amministrativi, aziende territoriali), oltre allo sciopero di due ore – da definire a livello locale –  di tutti gli impianti di raffinazione sul territorio nazionale. Nella stessa giornata dello sciopero è prevista una manifestazione nazionale a Roma davanti Montecitorio a cui interverrà, tra gli altri, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso.

Sono queste le decisioni del  coordinamento nazionale unitario Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil del gruppo Eni, che riguarda oltre 30.000 lavoratori interessati dall’astensione dal lavoro effettuata – assicurano i sindacati – secondo le norme previste dalla legge e dagli accordi contrattuali.

Il “pomo della discordia” è la profonda crisi in atto nel sistema della raffinazione italiana, culminata con la chiusura di tre raffinerie – oltre alla drammatica situazione di Gela, dove rischiano il lavoro più di 3500 persone tra dipendenti diretti e indotto – e dalle posizioni recentemente rese note dall’Eni sul blocco degli investimenti e il  ridimensionamento degli assetti industriali, occupazionali e della politica energetica del Gruppo nel nostro Paese.

Insomma “l’annuncio shock dell’Eni – dicono senza mezzi termini i tre segretari sindacali Miceli, Gigli, Pirani –  di mettere in discussione l’intero impianto strategico della chimica e della raffinazione in Italia comporta pesanti ricadute sull’intero sistema industriale e occupazionale nel nostro Paese, facendo terra bruciata sull’industria italiana. Questo il Governo lo deve sapere, in primis il Presidente del Consiglio!

“Colpi di spugna su accordi e investimenti Eni già sottoscritti (Marghera, Gela, ecc.) sono  inammissibili. Al Governo – ricordano i leader sindacali  – abbiamo chiesto l’immediata convocazione di un tavolo negoziale. Se – come sostengono al ministero dello Sviluppo Economico – la politica industriale richiede anche di rivalutare l’intervento pubblico nell’economia, allora il Governo chiarisca se l’Eni risponde solo al mercato e alla Borsa o deve dar conto delle sue decisioni strategiche anche all’azionista di riferimento. Se è vero, come è vero, che l’Italia ha bisogno degli investimenti e della presenza industriale di Eni, non possiamo assistere inerti – concludono i tre segretari generali –  ad un grande gruppo che rischia di uscire dal settore industriale. Ci batteremo con tutte le nostre forze affinchè ciò non avvenga: è per questo che abbiamo l’obbligo di tenere uniti tutti i lavoratori del Gruppo”.

“Cosa ci sta a fare – si è chiesto in particolare il segretario della Filctem Emilio  Miceli – quel 30% di quote Eni in possesso degli italiani? Noi apprezziamo il tentativo di mediazione del Governo, ma chiediamo che svolga anche le sue funzioni di principale azionista, perché è suo dovere. Così si fa in Francia e Germania, vorremmo che anche il nostro Governo facesse altrettanto,  presidiando l’industria italiana!”.

Il paradosso poi di questi giorni – ha proseguito – è la nuova teoria dell’Eni: “Dove si estrae non si raffina”, con la conseguenza (amara) che quei territori che autorizzano nuove trivellazioni, come è avvenuto a Gela, anziché premiati sono puniti. La verità, secondo i sindacati, è che l’Eni usa Gela per far quadrare il bilancio, ma è nello spreco dei contratti “take or pay” con la Russia che starebbe il vero problema dei suoi conti che, tra l’altro, sono assolutamente a posto.

“L’Eni – ha insistito Miceli –  non è un’azienda qualsiasi, è un sistema complesso che governa gli equilibri nazionali e qui abbiamo invece il fondato sospetto che sia incoraggiato dal Governo che vede nel “cane a sei zampe” solo il modo di fare cassa con le privatizzazioni, cedendone il 5%, così come avverrebbe anche per Enel”, senza tenere in alcun conto che si tratta dell’energia del paese, un asset fondamentale per l’industria e per l’Italia. Se ciò accadesse – ha concluso il leader sindacale – ci batteremo”.

Che cosa si risponde ai piani alti del grattacielo dell’Eur? Il neo ad del gruppo, Claudio Descalzi, nega di voler abbandonare la Sicilia, esclude di voler licenziare e, anzi, rilancia con un piano di riconversione da oltre 2 miliardi di investimenti. In particolare il Chief Downstream & Industrial Operations Officer di Eni, Salvatore Sardo, spiega così il piano su Gela: “Non si parla di chiusura ma di riconversione; non licenzieremo nessuno dei nostri 970 dipendenti. Dirò di più: siamo disponibili a incrementare gli investimenti dai 700 milioni previsti a oltre 2 miliardi, in un progetto ampio che potrebbe coinvolgere altri settori, ad esempio l’esplorazione di idrocarburi, la raffinazione verde, e anche un centro mondiale di formazione manageriale sulle tematiche di salute, sicurezza e ambiente”. Secondo l’economista Giulio Sapelli “l’Eni ha detto che non intende licenziare. Vuole trasformare le strutture in depositi. Raffinerà in giro per il mondo, ma poi dovrà pur accumulare le riserve da qualche parte per poterle usare, no?”.

Nel corso della recente missione in Africa con il premier Matteo Renzi, il capo azienda Descalzi ha aggiunto: “Non abbiamo intenzione di accedere agli ammortizzatori sociali né di chiedere contributi al governo. Dobbiamo trovare una nuova strada perché la raffinazione non ha futuro non solo in Italia ma anche in Europa. Dal 2009, abbiamo investito nel reparto della raffinazione 2,9 miliardi ma abbiamo avuto perdite in Italia di 5,9, bisogna trovare un’altra strada”.

A dettare le decisioni dell’Eni sull’impianto di Gela sarebbero il surplus di capacità di raffinazione nel Mediterraneo e il crollo dei consumi petroliferi, acuito dalla crisi economica, che hanno assunto dimensioni tali da rendere di fatto strutturale la tendenza negativa della raffinazione. Infatti questo settore industriale europeo continua ad essere in overcapacity: a fronte di una domanda di prodotti petroliferi di 700 milioni di tonnellate, la capacità di raffinazione è pari a 820 milioni di tonnellate, con un surplus di 120 milioni di tonnellate, equivalente a 1,4 volte la capacità di raffinazione nazionale. In Italia la crisi ha già portato alla chiusura di 4 siti (Cremona nel 2011, Roma nel 2012, Mantova e Venezia nel 2013) e l’uscita dalla produzione di circa il 13% del potenziale italiano. Il crollo dei consumi italiani (-30% dal 2006, il doppio della media europea) ha tuttavia reso vana la razionalizzazione e ha portato i tassi di utilizzo medi dall’ 80-85% al 65-70%.

Inoltre le produzioni italiane – sempre secondo il gruppo petrolifero – subiscono la pressione concorrenziale dei paesi extra UE (come le raffinerie del Medio Oriente con accesso al gas a bocca di pozzo e quelle USA che beneficiano delle produzioni di shale gas locale) anche in relazione ai minori costi fissi di esercizio indotti da legislazioni e vincoli tecnico-ambientali meno stringenti, al costo della manodopera ed oneri sociali molto inferiori a quelli europei e, in taluni casi, ad incentivi fiscali pro-esportazione (es. i produttori russi beneficiano di forti incentivi all’export di diesel).

La diagnosi finale di un addetto ai lavori è: “Gli svantaggi delle produzioni italiane rispetto a quelle extra-europee sono strutturali e difficilmente reversibili, mettendo a repentaglio tutte le raffinerie italiane, anche quelle più moderne ed efficienti”. Ammesso e non concesso che l’analisi economica del settore fosse vera, si dovrebbe concludere: a) che i timori dei lavoratori di un’uscita dell’Eni dall’intero comparto non sono poi così infondati; 2) che mantenere integra l’intera filiera dell’approvvigionamento energetico è una priorità politica e strategica per il Paese, non solo il risultato ragionieristico del bilancio di un’impresa; 3) che il board dell’Eni risponde del suo operato all’azionista ministero italiano dell’Economia, così come ai fondi d’investimento stranieri, proprietari della maggioranza relativa del gruppo già oggi, prima ancora cioè che lo Stato, attraverso il Mef e la Cassa depositi e prestiti, si venda un altro pezzo del suo patrimonio nazionale.

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