Arrestati gli assassini di Fanella

Omicidio-FanellaSono due membri dell’eversione nera. Gli interrogativi ancora aperti sull’intera vicenda

 

 

ROMA – E’ stato risolto in due mesi il caso dell’omicidio di Silvio Fanella, l’ex cassiere di Gennaro Mokbel ucciso il 3 luglio scorso nel quartiere della Camilluccia da un commando di tre persone travestite da guardie di Finanza. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, in quell’occasione ci fu il tentativo di sequestrare il Fanella che però reagì, ne nacque un conflitto a fuoco in cui lo stesso Fanella rimase ucciso e uno dei sequestratori gravemente ferito.

Due uomini, entrambi con precedenti penali, sono stati ora arrestati dalla Polizia e il provvedimento è già stato convalidato dal Gip. Si tratta di due italiani residenti in Piemonte, Egidio Giuliani, 59 anni, e Giuseppe La Rosa (53), già noti nel mondo dell’eversione di destra. Il terzo uomo del commando, Giovanni Battista Ceniti, è già detenuto in carcere.

Giuliani, fermato domenica scorsa mentre camminava nel quartiere Prati, è un ex appartenente ai Nar, il gruppo eversivo neofascista attivo negli anni ’70. Originario di Sora, in provincia di Frosinone, per anni ha abitato e operato tra Roma e Viterbo. E’ stato fra l’altro compagno di cella di Pierluigi Concutelli, nome di prima grandezza del firmamento “nero”. Il suo nome compare già nelle carte del processo per la strage di Piazza Fontana dove si legge che “nel luglio del 1980 aveva consegnato una grossa partita di esplosivo a due elementi della zona di Latina, Benito Allatta e Silvio Pompei, i quali dovevano fare un grosso botto”.

Giuliani aveva contatti anche con la malavita organizzata, soprattutto in ambito romano, come ha ricostruito il giudice istruttore Salvini. Il “gruppo Giuliani” era ritenuto una sorta di crocevia “tra il gruppo di Gilberto Cavallini, il gruppo di Costruiamo l’azione, (erede della vecchia struttura di Ordine Nuovo guidata da Paolo Signorelli) e la malavita comune, distinguendosi per i suoi compiti spiccatamente logistici e di supporto, quasi si trattasse di una struttura di servizio per più realtà”.

Il secondo uomo fermato in un appartamento a Novara, dove risiede, è Giuseppe La Rosa, anch’egli ex detenuto condannato in passato per estorsione. In effetti il capoluogo piemontese sembra essere il luogo di elezione dei tre membri del commando dato che anche il Ceniti, militante fino ad un anno e mezzo fa di Casa Pound, è di quelle parti. Tutti e tre frequentavano la cooperativa novarese Multidea proprio per il recupero degli ex detenuti. Don Dino Campiotti, presidente di Multidea oltre che responsabile locale della Caritas diocesana, era solito dire che “queste persone non possono essere abbandonate a se stesse. Noi diamo una mano al Comune di Novara che non potrebbe fare da tutto solo. Ma soprattutto creiamo opportunità positive di recupero di chi ha commesso un reato in un periodo in cui continuamente si parla della necessità di svuotare le carceri”.

Caso archiviato dunque? Niente affatto, perché mancano ancora tante tessere per completare il mosaico della vicenda criminosa. L’unica cosa certa è che l’obiettivo dell’azione – secondo la ricostruzione degli investigatori – era recuperare parte del bottino della truffa “Telecom-Sparkle Fastweb”, considerata dai magistrati romani una delle più gravi della storia criminale italiana.

Poche ore dopo l’agguato della Camilluccia infatti i carabinieri del Ros individuarono il nascondiglio segreto dell’ex cassiere del gruppo di Gennaro Mokbel in una casa in provincia di Frosinone di proprietà della famiglia Fanella, dove furono ritrovati contanti, diamanti e gioielli per un valore di diversi milioni di euro. Adesso resta da capire chi sono i mandanti di quell’azione, se la resa dei conti interna all’eversione nera si è conclusa con il sequestro del malloppo da parte delle forze dell’ordine, o se invece siamo alla vigilia di una nuova faida.

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