E’ guerra di religione, checché se ne dica

Jihadisti-sliderDopo le dichiarazioni del Papa, la chiesa ammette la possibilità di combattere l’aggressore ingiusto


 

ROMA – Ci sono volute le parole di Papa Francesco per liberare la coscienza delle nostre “anime belle” da quella coltre di ipocrisia e di conformismo politically correct che la soffoca. “Dove c’è un’aggressione ingiusta – dice il Pontefice – posso soltanto dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito, ma una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere”.

Lanciata la parola d’ordine, il concetto espresso dal Papa gesuita è stato subito chiosato e sistematizzato sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica, la rivista dell’Ordine a firma di padre Luciano Lariviera. “È cruciale studiare e comprendere perché e come l’Is (Stato Islamico) combatte. La sua è una guerra di religione e di annientamento. Strumentalizza il potere alla religione e non viceversa. La sua pericolosità è maggiore di al-Qaeda. Giudicare la legittimità di interventi mirati spetta al legittimo governo di Baghdad che li ha richiesti; agli organi dell’Onu, in primis al Consiglio di Sicurezza, che non si è opposto; a chi li attua; e alla comunità degli esperti di guerra e di diritto internazionale.

Su come condurre però questa guerra (senza virgolette) contro i miliziani del califfato, le opinioni divergono e compaiono i distinguo. “La risposta peggiore da dare a questa guerra di religione –  sostiene il gesuita – sarebbe una controffensiva armata di stampo religioso, anche soltanto intra-islamico. Si radicalizzerebbe l’islamismo dello Stato islamico nelle menti e nei cuori di molti musulmani”. Niente armi, dunque, ma solo promozione di “soluzioni diplomatiche di compromesso intelligente” e soccorso “alle popolazioni in emergenza umanitaria”. Poi però la chiusura del saggio allude ad altre possibili opzioni: “La chiesa non sostiene un pacifismo imbelle e ingenuo al fine di condannare un militarismo che assolutizza l’efficacia della violenza”.

La stessa molteplicità di opinioni all’interno della Chiesa cattolica su un tema così sensibile la si ritrova nelle parole del Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Parolin, che qualche giorno fa ha auspicato soluzioni politiche, le uniche in grado di fermare l’avanzata delle milizie jihadiste nelle città e villaggi abitati dai cristiani. Posizione alla quale non sembra allinearsi l’osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite, mons. Silvano Maria Tomasi, che pur condividendo la necessità di tagliare i rifornimenti di armi ai miliziani e di coinvolgere i paesi della regione, ha anche ribadito che “usare la forza per fermare il genocidio è giusto”.

Sul fronte laico invece nessun dubbio sulla natura del conflitto in medio oriente. “E’ questa una guerra di religione – sostiene il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara – della cui ferocia ultimativa e coesiva, appunto religiosa, solo un fronte è consapevole, il loro. Sono consapevole di dire qualcosa di sconcertante. Si tratta di un crudele gioco di intimidazione in cui la palma della vittoria in battaglia è già conquistata dall’islam, la religione che ha tappato la bocca a un Papa di Roma, che ha reso riluttante e timido un potere imperiale e internazionalista come quello americano”.

Sono ancora più inquietanti ed allarmati gli interrogativi (retorici) che pone il direttore di Repubblica, Ezio Mauro: “Nel momento in cui due parti del mondo lo designano contemporaneamente come il nemico finale e l’avversario eterno, l’Occidente ha una nozione e una coscienza di sé all’altezza della sfida? Ha almeno la consapevolezza che quel pugnale islamista è puntato alla sua gola?”.

La risposta più eloquente a a queste angosciose domanda la dà Ernesto Galli Della Loggia (Corriere della Sera, 22 agosto scorso). “Una guerra per motivi religiosi? Oibò! Quale selvaggia bizzarria! Com’è mai pensabile una simile cosa che nella storia sarà accaduta solo qualche migliaia di volte? Quanto alla guerra e alla violenza sono state entrambe oggetto di una tabuizzazione così radicale da sfiorare il pensiero magico: poiché le aborriamo e non vogliamo che esistano, non esistono. Noi cittadini dell’Unione europea non facciamo la guerra, ce lo proibisce la nostra moralità superiore (noi italiani ci siamo addirittura inventati che ce lo proibisce la Costituzione). Noi facciamo solo operazioni di peace keeping , e per non assumerci alcuna responsabilità morale e politica, anche quelle solo dietro invito (Nato, Onu). Manteniamo la pace: sparando e uccidendo quando è inevitabile, ma non per vincere; sicché quando ci accorgiamo che così la pace in genere non arriva, allora ci ritiriamo in buon ordine, vedi il caso dell’Iraq e tra poco dell’Afghanistan”.

E poi lo stesso editorialista del Corriere arriva a sfiorare un altro tabù, ovvero la deprecata tesi di Samuel Huntington su “Lo scontro delle civiltà”. Continua infatti Galli Della Loggia: “Anche il termine e il concetto di civiltà sono ormai fuori dell’uso pubblico consentito. Al gusto democratico corrente sanno entrambi, non si capisce perché, di esclusione, di radici, di fardello dell’uomo bianco, al limite di razzismo; ed evocano la categoria, mai abbastanza deprecata, di ‘guerra di civiltà’. Parlare di civiltà si può al massimo sui manuali di storia antica (civiltà greca, egizia, ecc.) , ma non al tempo presente. Oggi, infatti, esistono solo le ‘culture’: tutte naturalmente sul medesimo piede di parità, e tutte naturalmente tra loro compatibili all’insegna dell’universalismo umano. Contrariamente a quel che pure si potrebbe sospettare, insomma, l’islamico di cittadinanza britannica che l’altro giorno ha decapitato un giornalista americano in nome e per conto dell’Isis, non ce l’aveva, no, con la civiltà occidentale: con ogni probabilità si era semplicemente trovato male con la cultura inglese. Avesse vissuto in Alto Adige o nel Lussemburgo sarebbe stata tutta un’altra cosa. Una radicale riconciliazione con il principio di realtà: ecco che cosa ci manca nel nostro modo di guardare al mondo”.

Tanto tuonò che anche il ministro dell’Interno Alfano finalmente si è accorto del pericolo: “L’Isis ha messo nel mirino l’Italia, come indicato nel recente discorso del leader al Baghdadi in cui si vagheggia la conquista di Roma. Potrebbe essere una minaccia più che concreta, perchè l’Italia è la culla della cristianità e la Capitale la sede del Papa……..In cima alle preoccupazioni dei servizi segreti e delle forze di polizia ci sono senz’altro i ‘foreign fighters’, estremisti islamici, spesso appartenenti alla seconda generazione di immigrati, che decidono, generalmente dopo un periodo di auto-indottrinamento, di raggiungere i teatri bellici per unirsi ai combattimenti. Allo stato attuale – dice il titolare del Viminale nella sua informativa alla Camera – nell’esodo verso la Siria risultano coinvolte finora 48 persone collegate a vario titolo al nostro Paese, di cui 2 di nazionalità italiana, una il genovese Giuliano Delnevo, convertitosi all’Islam e morto nei pressi di Aleppo nel giugno dello scorso anno, mentre l’altra persona è un giovane marocchino naturalizzato che si trova attualmente in un altro Paese europeo”. L’attenzione su questo fenomeno, assicura Alfano, è massima, come sui centri di aggregazione religiosa islamica: sono stati censiti nel territorio nazionale 514 associazioni e 396 luoghi di culto, tra cui le quattro moschee di Roma, Milano, Colle Val d’Elsa e Ravenna.

L’attenzione sarà pure massima, ma quando si passa ad apprestare misure di contrasto congruenti qui casca di solito l’asino italiano. E neppure questa volta la regola viene smentita. Di fronte alla minaccia seria di un possibile attentato da parte “un’organizzazione terroristica spietata che infligge torture e commette crimini brutali contrari ad ogni principio di umanità, che ha ambizioni, soldi (2 miliardi di dollari cash, secondo il vicepresidente del Copasir Giuseppe Esposito) e uomini pronti a combattere come nessun’altra un’organizzazione ha mai avuto”, che cosa si inventa il nostro ministro?  “Il contrasto più efficace al terrorismo passa per un adeguamento normativo. Bisogna  che sia sempre possibile contestare il delitto di partecipazione a conflitti armati o ad atti di terrorismo che si svolgano fuori dai nostri confini. E sull’aspirante miliziano – aggiunge Alfano mostrando il volto truce – dovrebbe essere possibile applicare la sorveglianza speciale con obbligo di dimora”. Come al solito, andiamo à la guerre con la fionda e i sassolini.

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