La maglia nera dell’Italia in Europa

Maglia_nera_sliderIl piano inclinato della nostra economia verso il baratro. Aumenta solo il debito pubblico


 

ROMA – Usque tandem abuseranno della pazienza degli italiani? Fino a quando il tempo verrà scandito da una riunione e l’altra dell’Ecofin o del Consiglio Europeo in cui si discute del nulla, come è successo la settimana scorsa a Milano? Fino a quando i Capi di Stato dei 27 paesi UE si incontreranno per la foto di gruppo e il disegno di radiosi orizzonti per una creatura mai nata?

Intanto l’Italia muore. Il nostro prodotto interno lordo diminuisce trimestre dopo trimestre da sette anni. Aumentano solo i disoccupati, i poveri e i giovani senza lavoro (ma Renzi, al quale non interessano questi numeri, si consola pensando a chi sta peggio di noi). I consumi e gli investimenti crollano e il governo pensa a tagliare le spese dando un’altra spintarella alla recessione. I prezzi, per la prima volta da mezzo secolo, scendono. Gli imprenditori, soffocati dalle tasse, dai vincoli burocratici e dalla loro scarsa intraprendenza, vendono le aziende e scappano. L’ammontare del  nostro debito pubblico supera ogni mese il proprio record precedente.

Ogni giorno il bollettino di guerra segna un’altra sconfitta. Ieri era l’Ocse a decretare senza mezzi termini che “l’Italia ha la crescita peggiore d’Europa con un meno 0,4% per quest’anno e, ben che vada, più 0,1 nel 2015”. Seguiva a ruota l’agenzia di rating Standard&Poor’s che prevede per il 2014 crescita zero e soprattutto considera l’economia italiana “incapace di uscire dalla recessione”. Ora arriva la doccia fredda del Centro Studi di Confindustria, che nelle stime sulla nostra economia prevede per il 2014 un calo del prodotto interno lordo dello 0,4%. “Purtroppo ce l’aspettavamo – ha  commentato il numero uno degli industriali Giorgio Squinzi – Lo scenario di quest’anno ormai è compromesso. A rischio è il risultato del 2015, per il quale la stima preliminare di crescita non va oltre lo 0,5%”.

Qualcuno, non soltanto in Italia, ha già recitato il De profundis per il nostro Bel Paese. Con questi vincoli comunitari – fosse anche resi un pochino più flessibili se la Merkel si muovesse a compassione – tecnicamente non c’è e non ci può essere alcuna speranza che il Paese si risollevi. Siamo caduti troppo in basso, non abbiamo più alcun punto di appoggio su cui far leva: la media grande industria manifatturiera praticamente non c’è più; ricerca e innovazione non sappiamo più che cosa siano; con i soldi le banche comprano titoli derivati e obbligazioni statali e a finanziare il rischio di impresa non ci pensano neppure un istante.

Mentre questo accade sotto gli occhi di tutti, politici, mezzi di informazione, economisti, osservatori giocano con sterili esercitazioni di ermeneutica per interpretare la situazione di crisi e proporre le soluzioni per uscirne: che voleva dire Mario Draghi a Jackson Hole quando ha promesso una politica monetaria più accomodante in cambio delle riforme strutturali; che conseguenze avrà lo scetticismo della Bce sul rispetto del deficit di bilancio italiano al 2,6% del Pil quest’anno; è vero che il ministro Padoan mette le mani avanti quando afferma che quell’obiettivo era compatibile con un quadro macroeconomico diverso dall’attuale e che comunque “rispetteremo i vincoli”?

Sono tre anni che sentiamo ripetere le stesse litanie, che l’uscita dalla crisi è vicina, che le varie Salva Italia, Cresci Italia, Spending Review, Sblocca Italia, sono la panacea di tutti i nostri mali, che nel semestre di presidenza italiana la politica di austerity cambierà verso e gli investimenti torneranno a crescere. E invece continua sistematicamente ad accadere tutto il contrario: il Pil, caso unico in Europa, continua a scendere, la produzione industriale si contrae, la disoccupazione aumenta e sta per raggiungere il 13%, la discesa dei consumi non si ferma, il livello dei prezzi per la prima volta da 55 anni presenta il segno meno e il credito delle banche va in tv a “chi l’ha visto”. Al di là degli annunci di ‘cambiare verso’ e di ‘mettere la crescita al centro dell’agenda’, non sembra che ci siano veri cambiamenti rispetto al passato – si legge nel rapporto di lavoce.info  – sembra anzi che l’imperativo di ‘fare i compiti a casa e rispettare i paletti fissati dal fiscal compact’ domini ancora il rapporto tra Italia ed Europa”.

In queste condizioni oggettive i “mille giorni” di Renzi sono solo una fuga in avanti per guadagnare tempo. Ma il tempo purtroppo non c’è più. Il “redde rationem” arriverà con la prossima primavera e allora sarà improbabile che si riesca ad evitare il commissariamento del nostro Paese da parte della troika. D’altronde Draghi l’aveva detto: “Per i Paesi dell’Eurozona (e per l’Italia in particolare, ndr) è arrivato il momento di cedere sovranità all’Europa per quanto riguarda le riforme strutturali”. E quando il presidente della Bce parla con il suo eloquio gesuitico c’è da star certi che dietro le parole c’è un preciso disegno politico.

Chi pensa che Draghi possa essere l’uomo della provvidenza non ha capito granchè. SuperMario è stato, è e sarà sempre il demiurgo del sistema bancario internazionale. Lo è stato quando da direttore generale del Tesoro accompagnava per mano le grandi banche di investimento nel cuore delle privatizzazioni industriali italiane. Lo è stato quando all’indomani della grande crisi della Lehman Brothers fu nominato presidente del Financial Stability Board per riformare il sistema, di cui non cambiò una virgola. Lo è oggi alla guida della Banca centrale europea che inonda gli istituti di credito con migliaia di miliardi di euro senza produrre il minimo beneficio sull’economia reale.

Anche oggi, alla vigilia delle prime aste di Tltro (Targeted long term refinancing operations), distribuirà alle banche europee 400 miliardi di euro entro il 2014 (agli istituti italiani ne dovrebbero arrivare all’incirca 37) e altri 600 nei prossimi due anni al tasso dello 0,15%, con l’ “invito” a finanziare imprese e famiglie. Ma non è affatto detto che vada così. Se infatti le banche con quei soldi “regalati” continueranno a speculare sui titoli derivati o a comprare obbligazioni sovrane, non sarà un gran danno perché dovranno restituirli dopo due anni, senza penalizzazioni, anziché dopo quattro.

E anche lo sbandierato acquisto di Abs, cioè di quei titoli cartolarizzati che impacchettano mutui e prestiti concessi dalle banche a famiglie e imprese, potrebbe rivelarsi l’ennesimo regalo agli istituti di credito. Non avendo infatti specificato quali saranno i requisiti qualitativi sui quali si baserà la Bce per l’acquisto di Abs, l’unica certezza per ora è che le banche potranno liberarsi della zavorra e aumentare il proprio capitale di rischio. Per farci cosa, questo Draghi non l’ha detto e nessuno glielo ha chiesto.

Se poi qualche buontempone aveva sperato che la Banca centrale si decidesse ad  acquistare massicciamente titoli di Stato e attività finanziarie private (il famoso “quantitative easing” adottato dalla Federal Reserve americana) si metta l’animo in pace. Per un’operazione di quel genere, che potrebbe creare in pochi mesi 1.000 miliardi di euro di nuova moneta, deprezzando l’euro e creando sana inflazione, bisognerebbe non solo passare sul cadavere di Angela Merkel, ma lobotomizzare Mario Draghi.

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