La difesa accorata e temeraria di Descalzi

Descalzi-sliderAccusato di corruzione internazionale, “scarica” il suo ex capo. La smentita all’intervista di Repubblica

 

 

ROMA – A Napoli l’avrebbero già definito un “omme e’ niente”. Lo sfogo pubblico di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni raggiunto da un avviso di garanzia per il reato di corruzione legato al petrolio nigeriano, in effetti ha mostrato un uomo in preda al panico che scarica goffamente tutte le responsabilità sul suo ex capo e si dichiara estraneo ad una delle più importanti operazioni che la Divisione Exploration & Production dell’Eni, da lui diretta, ha compiuto negli ultimi anni.

La Procura della Repubblica di Milano infatti “ritiene che Scaroni e Descalzi abbiano organizzato e diretto l’attività illecita per le tangenti Eni a politici nigeriani che avrebbero propiziato l’acquisto, per 1 miliardo e 90 milioni di dollari nell’aprile 2011, della licenza per l’esplorazione del campo petrolifero Opl-245 di Abuja. Descalzi era anche in continuo contatto con Obi. Luigi Bisignani era il collegamento tra i vertici dell’Eni e gli intermediari Obi e Gianluca Di Nardo”.

Umanamente è comprensibile la sua angoscia, un po’ meno la sua linea di difesa che forse sarebbe potuta essere più decorosa e ponderata. “Voglio gridarlo al mondo – dice Descalzi con voce rotta dal pianto – che non sono un disonesto. Dopo una vita di lavoro nel petrolio, sempre rimasto alla larga da giri loschi, non mi fa dormire di notte l’idea di venire associato a un Bisignani o agli altri trafficanti con cui non ho nulla a che spartire. Proprio ora che stavo cambiando tutto all’Eni, dopo i nove anni della gestione Scaroni”.

Ma nelle carte della Procura e nei blog che circolano nella rete c’è il racconto di un’altra storia e di un altro ruolo di Descalzi che parla ripetutamente al telefono con Luigi Bisignani e scambia sms  col nigeriano Emeka Bobi, rivelatosi portaborse dello screditato ex ministro del petrolio Dan Etete.

In attesa comunque che la giustizia faccia il suo corso, ad occupare per il momento le cronache è la levatura morale e umana del responsabile della nostra più grande azienda energetica internazionale. Dopo la sua accorata e un tantino lacrimevole autodifesa, non sono valse a restituirgli piena dignità la smentita di stamattina su “La Repubblica” e la sua difesa rivendicata pubblicamente dal presidente del Consiglio. Al giornale che ha pubblicato l’intervista, Descalzi nega di aver detto che “all’Eni decideva tutto Scaroni in quanto non rende giustizia né alla struttura di governance della società né alle persone. Inoltre, non è vero che non parlo da mesi al telefono con Scaroni”.

Siamo alle solite, o Gad Lerner non ha registrato l’intervista e si è inventato le risposte dell’ad Eni, o Descalzi “iscariota”, preso dal panico, rinnega in maniera poco credibile il suo mentore Scaroni. I commenti di Gigi Bisignani (“La frase in cui dice che non risponde neppure al telefono a Scaroni oltre che non vera credo sia davvero una vergogna. Anzi ricordo bene l’ammirazione incondizionata che aveva per Scaroni che considerava il petroliere più influente del mondo, io l’ho visto prono davanti al suo predecessore) e di Nicola Porro (“Non prende le telefonate ma pare che accetti i suoi inviti a cena”) svelano facilmente la sua gaffe.

Chi invece brucia i tempi e si schiera a priori dalla parte del ceo dell’Eni è Matteo Renzi che su twitter scrive: “Sono felice di aver scelto Claudio Descalzi ceo di Eni. Potessi lo rifarei domattina.  Io rispetto le indagini e aspetto le sentenze”. Ma uno dei nuovi consiglieri d’amministrazione dell’Eni, l’indipendente, Luigi Zingales, ha considerato “temeraria” la difesa pubblica di Descalzi attuata dal premier.

Oltre alle accuse formulate dalla magistratura italiana, il carico accusatorio nei confronti dei dirigenti Eni, presenti e passati, potrebbe ulteriormente complicarsi dal momento che si temono  conseguenze pesanti da parte delle autorità governative e dalla Sec degli Stati Uniti, già in passato rivelatesi severissime in materia di corruzione internazionale.

Resta il solito dubbio del “così fan tutti”, giuridicamente irrilevante ma pragmaticamente non estraneo al mondo degli affari internazionali: non è possibile operare nella compravendita di petrolio e gas, così come nel commercio delle armi, senza il lubrificante della corruzione? Tutti ovviamente lo negano. Quanti in realtà lo praticano, è un altro discorso.

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