Anche Banca d’Italia scopre l’acqua calda

Banca_ditalia_sliderLa caduta del Pil in Italia è superiore a quella del 1929. La Borsa crolla per dichiarazioni scontate di Draghi

 

 

ROMA – Nella gestione della più profonda crisi economica e finanziaria mondiale sono stati commessi innumerevoli errori e ritardi. Il più grave? “Non aver risolto i problemi dell’economia reale, preferendo agire nella ristrutturazione del debito, come avvenuto in Grecia”. Chi ha pronunciato queste parole ovvie, che tuttavia nessun rappresentante dell’establishment aveva mai ammesso? E’ stato poche ore fa Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, in un’intervista a Il Mattino di Napoli. “Una moneta senza Stato – ha proseguito il governatore – non è una fase finale del processo. Di fronte alla crisi si è cominciato dai test sulle banche, per poi intervenire, come in Grecia, sulla ristrutturazione del debito, invece di risolvere prima di tutto i problemi di economia reale”.

Nelle stesse ore l’algido ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan era costretto ad ammettere che “occorre muovere con decisione su più fronti nella consapevolezza che in assenza di una ripresa robusta la tenuta del tessuto produttivo e sociale risulterebbe a rischio, la ricchezza delle famiglie minacciata, le prospettive dei giovani compromesse”. Continua dunque il gioco grottesco degli inviti all’azione mossi da coloro che quell’azione dovrebbero avviare con decisione e invece assistono impotenti alla catastrofe.

“In termini cumulati la caduta del Pil in Italia è superiore rispetto a quella verificatasi durante la Grande depressione del ’29 – aggiunge il ministro – L’Eurozona e l’Italia vivono una ripresa fragile, debole, di carattere strutturale che è in parte la conseguenza dei danni provocati dalla recessione profonda e persistente degli ultimi anni”. E qui confonde la causa con l’effetto, dal momento che non è la recessione che ha provocato quei danni, ma l’inazione e le scelte sbagliate dei vari governi iper liberisti che hanno causato la recessione.

Il risultato è che la nave affonda mentre l’orchestrina diretta da Mario Draghi e dal direttorio della Bce riunito a Napoli continua a suonare lo stesso valzer. Draghi infatti ha ripetuto che gli Abs, i titoli cartolarizzati che ‘impacchettano’ prestiti in sofferenza a imprese o famiglie, saranno acquistati dalla Bce nel corso del quarto trimestre, “per dare alle banche nuovi strumenti di credito”.

La solfa insomma è sempre la stessa e il naufragio annunciato non scuote minimamente le certezze dei poteri forti. “Bisogna tornare a dove stavamo due anni e mezzo fa – afferma compiaciuto da Francoforte il nume tutelare degli istituti di credito – Il sistema finanziario era sull’orlo del collasso. Abbiamo tagliato i tassi così tanto che non possiamo più ridurli, abbiamo iniettato nel sistema (delle banche, ndr) livelli di liquidità senza precedenti. Siamo riusciti ad evitare una crisi (delle banche, ndr) di proporzioni sistemiche”.

Questo è il pensiero unico, dominante da sei anni a questa parte, quindi non si capisce perchè dopo le parole scontate di Draghi la Borsa sia crollata di quasi 4 punti percentuali. Forse gli operatori si aspettavano decisioni diverse, o l’annuncio dell’avvio del ‘quantitative easing’ con l’acquisto massiccio di titoli di Stato e di imprese private? Poveri illusi! Delle due l’una: o si erano fatti irretire dalle criptiche parole di Draghi quando accennava a possibili “misure non convenzionali” e d’improvviso si sono svegliati; oppure non hanno afferrato il senso della reazione di frau Merkel all’annunciata ‘monelleria’ della Francia sul rispetto dei vincoli del ‘fiscal compact’. Qui non si cambia niente, anche se sono sempre più numerosi quelli convinti che la strada imboccata porta dritto nell’abisso.

D’altronde in economia, come in finanza, nulla avviene per caso o per ignoranza. Non fu dal cilindro di Napolitano che uscì all’improvviso Mario Monti, come non fu una crociera di buontemponi quella che partì dal porto di Civitavecchia nel ’92 per dividersi la torta delle privatizzazioni italiane (anche allora il burattinaio era Mario Draghi). Così oggi, negli stessi giorni del raduno dei banchieri a Napoli, al Four Seasons di Milano, per la regia della più grande banca d’affari americana, la J.P. Morgan, si è riunito il gotha della finanza mondiale “per discutere insieme, faccia a faccia, in centinaia di incontri bilaterali privati, di cosa comprare in Italia”.

Il motivo, non scritto, dell’invito ai 130 partecipanti era sottinteso: se si ha interesse ad acquistare ciò che resta del patrimonio produttivo del secondo polo manifatturiero europeo bisogna affrettarsi finchè i prezzi di Borsa sono così depressi, prima che la Bce inondi di liquidità le banche dell’eurozona e nel dubbio che il nostro giovane premier riesca prima o poi, anche se improbabile, a cambiare qualcosa nell’ancora interessante plateau industriale italiano.

Così nell’albergo milanese, davanti ai più grandi fondi d’investimento del mondo, ai campioni del private equity, agli hedge fund più aggressivi e volatili, ai fondi pensione miliardari, hanno sfilato (qualcuno con il cappello in mano, qualcuno senza) i rappresentanti di quel che resta delle grandi aziende italiane, con poche eccezioni. Nelle salette riservate si sono seduti lontani da occhi e orecchie indiscrete, tra gli altri, i capi azienda o i direttori finanziari di Intesa Sanpaolo, di Ubi, di Banca Generali, di Mediaset, di Acea, di Fincantieri, di Danieli, di Telecom Italia.

Quali accordi siano stati presi e quali partecipazioni acquistate lo si saprà tra qualche tempo. Intanto cresce il timore che dopo il passaggio delle “locuste” gli italiani possano svegliarsi un giorno in un deserto di fabbriche e di laboratori, come nel romanzo del ’39 di Nathanael West che descrive l’alienazione e la disperazione di un gruppo di individui i cui sogni sono svaniti per sempre e non diventeranno mai realtà.

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