Ebola, adesso sì che siamo tranquilli!

Ebola_slider Il protocollo italiano per i possibili casi di contagio e le dichiarazioni del ministro della Salute mostrano larghe crepe

 

 

ROMA – “Ebola avanza più velocemente degli sforzi per controllarlo”. L’allarme è stato lanciato qualche giorno fa dalla direttrice dell’Organizzazione mondiale della sanità, Margareth Chan, la quale ha messo in guardia contro le “conseguenze catastrofiche” della diffusione del virus e del rischio di propagazione ad altri Paesi sottolineando che le forze in campo a livello internazionale e dei singoli Paesi sono “tristemente inadeguate”.

Con il cinismo proprio degli addetti ai lavori, il direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa, Zsuzsanna Jakab era stato ancora più esplicito: “Casi importati come quello dell’infermiera spagnola e altri simili molto probabilmente ci saranno anche in futuro. E’ inevitabile, succederà, ma la cosa più importante è che l’Europa è ancora a basso rischio e che la regione occidentale del continente in particolare è quella meglio preparata al mondo a rispondere alle febbre emorragiche, compresa l’Ebola”.

A giudicare dalla dinamica delle misure di prevenzione e isolamento adottate in Texas, dove è appena deceduto il “paziente zero” Thoma Duncan, e in Spagna dove lotta tra la vita e la morte l’infermiera che ha  contratto il virus all’ospedale La Paz-Carlos III di Madrid assistendo il missionario Manuel Garcia Viejo, morto il 25 settembre scorso, non si direbbe che il mondo industrializzato ha compreso fino in fondo la portata devastante dell’epidemia e si è attrezzato di conseguenza.

L’aspetto inquietante della vicenda spagnola, infatti, non sta solo nel primo caso di contagio in area europea, ma nelle modalità e nei tempi con cui sono scattate le misure di soccorso. Secondo le ricostruzioni dei media spagnoli, è stata la donna stessa che, con febbre altissima, vomito e crisi emorragica, ha chiesto l’intervento della guardia medica. Soccorsa con un’ambulanza convenzionale, da personale non specializzato e senza alcuna protezione particolare, è stata ancora lei in ospedale ad informare il personale medico del possibile contagio di Ebola e solo dopo il risultato delle analisi, effettuate in condizioni assolutamente ordinarie senza precauzioni, sono scattate le misure di ricovero eccezionali.

Non solo, ma si apprende che quando l’infermiera entrò in contatto con il paziente contagiato non indossava gli indumenti previsti dal livello 4 di sicurezza, ma solo quelli corrispondenti al livello 2, cioè non aveva la possibilità di respirare da un sistema autonomo e i guanti erano in latex e legati da nastro adesivo. Così tra gli operatori di un sistema sanitario giudicato efficiente ed evoluto, privi di  indumenti e protocolli sicuri, crescono la rabbia e la paura. Le misure di profilassi fino a questo momento adottate hanno solo portato alla soppressione del cane Excalibur dell’infermiera.

Se dunque in paesi notoriamente più rigorosi del nostro nel rispetto delle regole e delle prescrizioni i “cordoni sanitari” apprestati contro Ebola presentano buchi e smagliature, in Italia non c’è da stare spensierati. Per quanto il ministero della Salute, giustamente, si adoperi per scongiurare un’ondata di panico collettivo, le misure adottate non sembrano per ora adeguate.

Quando il ministro Lorenzin dice che negli scali italiani (Fiumicino e Malpensa) “informiamo i passeggeri che arrivano da paesi dove è in corso l’epidemia, i quali alla partenza dovrebbero essere controllati”. E se non sono stati controllati, o se i primi sintomi del contagio sono apparsi durante il volo, magari con diversi scali, che facciamo, li informiamo che c’è un’epidemia in corso e se dovesse sopravvenire una febbre alta si precipitino nell’ospedale più vicino? Beh, obiettivamente sembra misure ridicole per affrontare un nemico invisibile e mortale. Tanto più che, dice la stessa Lorenzin, “a Roma ci sono la Fao e altre organizzazioni internazionali, dove circolano numerose persone che si muovono continuamente attraverso paesi a rischio”.

Almeno in Usa, tanto per fare un confronto, da questo fine settimana scatta l’obbligo di misurare la temperatura a tutti i passeggeri provenienti da paesi a rischio. L’Organizzazione mondiale della sanità non ha invece raccomandato finora lo stesso screening di massa allo sbarco. Il protocollo italiano di contrasto ai “casi sospetti, probabili o confermati di Ebola”, appena aggiornato, è ancora più lasco  e prevede che l’allarme scatti solo dopo che i comandanti degli aerei “hanno segnalato passeggeri con febbre o sintomi di malattie infettive”. Ora, attribuire a una hostess o a uno stewart la responsabilità di segnalare al comandante gli occhi arrossati, o la sudorazione eccessiva, o l’insorgere di un eritema in qualcuno dei passeggeri, sembra più una barzelletta che una raccomandazione sanitaria.

Nonostante le morti e i casi sospetti in Usa e in Spagna, il ministro italiano della Salute ancora pochi giorni fa dichiarava che “i rischi reali di contrarre l’ebola in Italia sono veramente ridotti ai minimi termini. E’ veramente difficile contrarlo in un Paese ad alto livello di igiene e tecnologico come il nostro. Anche per l’immigrazione non c’è alcun rischio: si tratta di un virus limitato a alcuni territori che non ha nulla a che fare con questi tragici viaggi della speranza. Inoltre tutti quelli che arrivano vengono visitati e poi stanno nei centri. Comunque l’Italia è sorvegliata al più alto livello, come è riconosciuto da tutti”. E poi, a chiusura dell’intervento, la Lorenzin ha gettato nel panico gli interlocutori con la frase divenuta scaramanticamente impronunciabile: “Possiamo dunque stare sereni”.

In effetti molti non sono per niente sereni. Il Codacons ha chiesto alle istituzioni sanitarie del nostro Paese misure più restrittive sul fronte dell’Ebola. “Con l’arrivo del virus in Europa occorre portare la vigilanza sulla malattia ai livelli più alti – afferma il presidente Carlo Rienzi – In particolare anche attraverso l’Enac e le autorità portuali si rende indispensabile monitorare tutti quei soggetti che, provenendo dai paesi a rischio, effettuano scali intermedi in Europa o in alte nazioni, per poi entrare in Italia. Stessa attenzione deve essere dedicata a chi giunge in Europa via mare attraverso navi o traghetti. Il Ministero della salute deve poi attrezzare centri specializzati in tutte le regioni d’Italia, capaci di far fronte con immediatezza a casi di contagio circoscrivendo il virus e fornendo la dovuta assistenza medica e farmacologica, in modo da non farsi trovare impreparati dall’Ebola”.

Ma ormai gli inviti ad alzare il livello di allarme e ad intensificare le misure di pronto intervento non si contano più. Il segretario del Sindacato autonomo di polizia, Gianni Tonelli, si chiede: “Fino a quando si continuerà a raccontare la storiella che tutto è sotto controllo? Con la salute non si scherza e noi continueremo a denunciare queste vicende”. L’allarme è stato lanciato anche dai responsabili di Medici senza frontiere, che hanno parlato di situazione senza precedenti e assolutamente fuori controllo, con il rischio reale che vengano colpiti altri Stati oltre a quelli già coinvolti. Anche la Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (Simit) lancia l’allarme sull’alto rischio di importazione del virus della malattia Ebola che corrono le regioni italiane costiere che accolgono nei loro porti i clandestini provenienti dai paesi africani, prima fra tutte la Sicilia.

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