La ritirata dell’Enel

centrali_elettricheSLIDERChiudono 23 centrali per 11 mila Mw e 700 dipendenti. Il problema politico delle scelte in campo energetico


ROMA – Ad ascoltare l’altro giorno in Senato l’amministratore delegato dell’Enel sembrava di sentir parlare il chief executive officer di una qualsiasi multinazionale: occhio puntato esclusivamente sulla redditività dell’impresa, creazione di valore per gli azionisti e gli investitori, riduzione forzata dell’indebitamento, flussi di cassa costanti, ricchi dividendi, dismissioni a raffica.

“Oggi – dichiara Starace – l’attenzione dell’Enel si concentra in modo particolare sui margini operativi che il gruppo può generare, sulla loro robustezza nel tempo e sul rapporto con il debito, che già copriamo ogni anno per più di un terzo, un rapporto tranquillizzante”.  Il caso ci fa tornare in mente Giulio Tremonti il quale diceva che quando un’azienda guarda soltanto al conto economico invece che allo stato patrimoniale è destinata nel tempo alla rovina.

A fronte infatti di quella linea di ottimizzazione delle performance finanziarie del primo gruppo elettrico italiano, c’è una sostanziale contrazione del suo perimetro produttivo e una assoluta mancanza di prospettiva strategica. Si mettono in vendita quelli che un tempo venivano presentati come i gioielli di famiglia: le centrali slovacche della Slovenske Elektrarne, la rete di distribuzione elettrica romena, le energie rinnovabili in Francia, il 25% della stessa Endesa, fiore all’occhiello spagnolo, da cedere tramite la quotazione in Borsa.

Tabella_Enel

Ma è in Italia che la cura dimagrante di Starace è ancora più brutale. A causa della “sovracapacità produttiva” indotta dal calo dei consumi e dallo sviluppo delle energie rinnovabili, il board dell’Enel ha deciso di dismettere 23 impianti nazionali di produzione, per un totale di circa 11 mila megawatt di potenza installata. In particolare chiuderanno le centrali di Trino, Porto Marghera, Alessandria, Campomarino, Carpi, Camerata, Bari, Giuliano e Pietrafitta. “Ma per le 700 persone sottese ai 23 impianti – assicura l’ad dell’Enel – non abbiamo criticità occupazionali, verranno riallocate e molte andranno in pensione”.

Questo per il momento, perché in prospettiva potrebbe essere considerato in eccesso anche un altro stock di potenza di pari entità, da tradurre in altre centrali da chiudere e dipendenti da sistemare. In un Paese che importa non solo l’80% di materie prime energetiche, ma addirittura importa energia elettrica dalle nazioni confinanti come Francia e Svizzera per circa il 13% del proprio fabbisogno, questa strategia di contrazione della propria capacità di autoproduzione dovrebbe suonare suicida. La giustificazione addotta dal n.1 di Enel aggiunge un inquietante sapore di alienazione: “Abbiamo preso queste decisioni non perchè abbiamo una visione pessimista del futuro, ma per crearci più opportunità di cessione, per essere sicuri che alla fine abbiamo 4 miliardi e per crearci più margini con la controparte” (ma che stai a di’, gli risponderebbero a Roma!).

Il discorso di Starace sarebbe sbagliato anche se guidasse una fabbrica di bottoni. Qui invece si parla dell’indipendenza energetica di un paese, della certezza degli approvvigionamenti, della capacità produttiva di una public utility essenziale per il nostro futuro, della riserva energetica  per le emergenze geopolitiche. E allora le scelte strategiche dell’Enel (come dell’Eni e di qualsiasi altra azienda sensibile per il Paese) non possono essere lasciate all’arbitrio di un manager che non risponde ai cittadini, ma soltanto ai propri azionisti e ad interessi che nulla hanno a che fare con quelli pubblici.

Gli unici a scendere sul piede di guerra per contestare il gruppo elettrico sono stati finora i sindacati, anche se ovviamente schierati a difesa dei livelli occupazionali. “Da tempo le organizzazioni sindacali stanno denunciando che l’effetto più dirompente della crisi – sostengono unitariamente le federazioni di categoria – si registra nella filiera della generazione termoelettrica che negli ultimi 15 anni è stata sottoposta ad un profondo cambiamento legato a scelte governative discutibili (privatizzazioni e liberalizzazione), non supportate da un’adeguata strategia energetica nazionale che provvedesse a pianificare anche la produzione elettrica…In questa fase di incertezza tutte le aziende del settore (A2A – Acea – Sorgenia – Iren – Eon – Tirreno Power, ecc.) hanno bloccato gli investimenti creando grave danno all’intero comparto industriale italiano…Pertanto, dopo queste premesse, l’apertura del tavolo non è più rinviabile e, al fine di sollecitare il necessario intervento governativo, ci vediamo costretti ad avviare lo stato di agitazione di tutto il settore termoelettrico italiano”.

Stiamo parlando dell’energia per le nostre fabbriche, per i nostri ospedali, per i nostri trasporti e della luce per le nostre famiglie, per favore non scherziamo!

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