Contro la violenza a prescindere da Salvini

Milano_disordini_sliderCresce nel Paese un clima di antagonismo alimentato dalla crisi economica. Il detonatore della disoccupazione

 

 

ROMA – “O tutti, senza se e senza ma, condannano e rifiutano qualsiasi tipo di violenza, oppure io mi fermo”. Così Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, dopo le polemiche seguite all’aggressione di Bologna e agli episodi di questi giorni.

Fioccano in queste ore le interpretazioni sulla minacciata “fermata” del segretario della Lega. Le più accreditate, che tengono conto del carattere non certo pavido di Salvini, parlano di un messaggio che lo stesso ha voluto mandare a tutte le forze politiche e alle organizzazioni sociali sui gravi pericoli a cui si andrebbe inevitabilmente incontro in questo autunno carico di tensioni se si sottovalutassero gli inneschi di violenza che vanno diffondendosi nel Paese.

Dopo l’aggressione a Bologna – per parlare soltanto della Lega – è stata attaccata la sede di Trento, una stella a cinque punte è apparsa sulla sede della Lega di Parma, la Questura ha “sconsigliato” le altre tappe del tour di Salvini a Pieve di Cento e a Casalecchio di Reno. Ma il malessere, a cui si accompagnano sempre più spesso manifestazioni di violenza, va ben oltre le vicende del segretario leghista e dilaga nel Paese, ancora “a macchia di leopardo”, ma con il rischio reale di pericolose saldature.

Per parlare ancora di Bologna (ma cronache non dissimili si potrebbero fare per Roma o per Milano), c’è un reportage del Quotidiano che offre un descrizione del clima inquietante che si respira in città. “E’ un presente fatto di occupazioni, contestazioni, sgomberi e rivendicazioni che sfociano in episodi di inaudita e gratuita violenza. Le denunce e i procedimenti penali pendenti non bastano a fermare la rabbia degli antagonisti. Il clima è rovente, come forte è il senso di impunità che anima gli attivisti dei collettivi e dei centri sociali. Negli ultimi sei anni più di 3.500 denunce sono sfociate in poche condanne.

“C’è il processo agli anarchici di Fuoriluogo, il gruppo che negli ultimi anni ha programmato e portato a termine azioni violente, danneggiamenti, sabotaggi, imbrattamenti e lesioni a pubblici ufficiali durante i cortei. Ventuno di loro sono stati processati con l’accusa di associazione a delinquere. I giudici di primo grado hanno smontato la tesi accusatoria e li hanno assolti…..C’è anche la storica Aula C di Scienze politiche in Strada Maggiore, nel cuore storico della città. È occupata dal 1989…….e all’ingresso c’è uno spazio zeppo di insegne pro ‘No Tav’ e pro anarchia.

Nell’esperienza degli antagonisti bolognesi ci sono anche Crash, un centro sociale molto legato alle occupazioni e alle rivendicazioni del diritto alla casa, e Cua, il collettivo autonomo universitario, che riunisce studenti e precari dell’Ateneo. C’erano anche loro, assieme a Tpo, RossaBologna e Hobo, a contestare il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il 18 ottobre quando seicento attivisti hanno messo a ferro e fuoco la città tra fumogeni e bombe carta con 19 feriti tra le forze dell’ordine”. 

Se questo è il “brodo di coltura” che si prepara per l’autunno, il ricordo di un’analoga stagione di 25 anni fa è da brividi. Ottobre-novembre 1989, mentre crolla il muro di Berlino, in Italia il clima si fa rovente per lo scontro tra imprenditori e sindacati operai sul rinnovo dei principali contratti di lavoro: lo sciopero generale per la casa, la morte dell’agente Annarumma nei disordini al Teatro Lirico, le bombe di Piazza Fontana, sono i tragici eventi in cui germogliano anche i semi degli “anni di piombo” che di lì a poco insanguineranno l’Italia.

Eppure quella drammatica stagione non aveva nessuno dei connotati congiunturali di oggi: l’economia italiana, pur con qualche frenata, continuava a tirare, le imprese manifatturiere esportavano, il credito non mancava e soprattutto la disoccupazione era a livelli fisiologici. Se il malessere, il disagio sociale, le diseguaglianze di oggi fossero misurabili col termometro l’Italia avrebbe oggi una febbre molto superiore a quella di un quarto di secolo fa.

A prescindere quindi dagli appelli di Salvini, e dai se e dai ma che, a dispetto di ogni ragionevolezza, continuano a venire dai “doppiopesisti”, nessuno si azzardi a sottovalutare, o peggio a strumentalizzare, gli episodi di violenza che qua e là si manifestano ogni giorno. Potrebbero essere le micce di un incendio devastante a cui il Paese, già provato da una crisi senza precedenti, difficilmente sopravviverebbe.

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