Titoli derivati e banche d’affari

Derivati_sliderIl Tesoro, esposto per 160 miliardi, cerca di mettere una pezza al buco attraverso un codicillo nella legge di stabilità


 

 

ROMA – I “furbetti” del Tesoro ci riprovano: con una postilla inserita all’art. 33 comma 1-bis della Legge di Stabilità di introduce la facoltà di stipulare forme di garanzia bilaterali con le banche d’affari controparti nei derivati del Tesoro, che ammontano a 160 miliardi di euro. Per il governo, che usa il condizionale e il linguaggio criptico da iniziati, si tratterebbe di una misura che “adegua la gestione del debito ai nuovi orientamenti regolamentari, favorendo un più agevole collocamento dei titoli di Stato”, e “potrebbe produrre un differenziale positivo di interessi attivi”. L’opzione facoltativa e non obbligatoria, si applicherebbe alle nuove emissioni e a contratti esistenti “da selezionare con moderazione” previo futuro decreto ministeriale.

L’emittente pubblico di solito si tutela da rischi di cambio e di tasso con derivati tipo swap, con cui lascia alle banche le cedole fisse sui Btp e in cambio riceve tassi variabili. E il derivato è una scommessa finanziaria per cui se un tasso, o un cambio, sale il Tesoro guadagna e la controparte perde. Più spesso, nella realtà, accade il contrario: anche perché in passato – quando le norme lo consentivano, oggi non più – il meccanismo fu utilizzato per anticipare entrate di cassa, che vent’anni fa contribuirono a introdurre l’Italia nell’euro con il primo treno.

È difficile capire dove stia la verità, e chi farà l’affare: sulla materia regna il massimo riserbo, malgrado periodiche promesse di trasparenza. “La Repubblica” ricorda che nel giugno 2013 una relazione di via XX settembre alla Corte dei Conti stimò perdite di mercato di 8,1 miliardi solo su una dozzina di contratti in derivati di valore nozionale di 31,6 miliardi, ristrutturati l’anno prima. Non è noto l’attuale valore di quei contratti, né degli altri 130 miliardi in capo al Tesoro che si guarda bene dal commentare.

Il contesto di mercato però fa ritenere a molti osservatori che il saldo sia ampiamente negativo. “Il Tesoro è autorizzato a stipulare accordi di garanzia bilaterale sulle operazioni in strumenti derivati – recita l’art. 33 della legge presto al voto parlamentare – La garanzia è costituita da titoli di Stato di Paesi area euro denominati in euro, o da disponibilità liquide gestite tramite movimentazioni di conti di tesoreria od appositamente istituiti”. Finora l’Italia vieta di collateralizzare garanzie sui derivati pubblici. Se passa la norma saranno possibili in modo reciproco (nel senso che chi sta perdendo sul contratto dà il collaterale a chi guadagna) o anche unilaterali. Unimpresa parla di “conti pubblici consegnati agli avvoltoi speculatori”.

I versamenti, riporta la relazione illustrativa, “saranno remunerati a tassi di mercato monetario, gli stessi cui fa riferimento la gestione della liquidità del Tesoro”. Ma mentre i paesi che emettono debito con rating tripla A (Inghilterra, Danimarca, ecc.) hanno alte probabilità di far versare liquidità alle banche d’affari sui derivati, non così i paesi periferici. “Le garanzie bilaterali sono un serio strumento di gestione del rischio – dice Gustavo Piga, docente di Economia a Tor Vergata – che può far gestire meglio le passività dei contribuenti. Il problema è che quando ci sono di mezzo i derivati il governo nasconde tutto sotto una coltre che fa pensare cose terribili”.

E poi ci sono i contratti derivati (interest rate swap) sottoscritti dalle Regioni prima del 2013. Qui regna la più totale anarchia contabile descritta dalla Corte dei Conti. Tutte le Regioni infatti, godendo di piena autonomia legislativa, hanno derivati in portafoglio, per un controvalore di circa 11 miliardi di euro nel dicembre 2013 (dati Bankitalia). La normativa statale impone che gli eventuali flussi positivi (incassi) prodotti da questi contratti devono essere utilizzati per abbattere il debito dell’ente. Gli interest rate swap sono, infatti, contratti di copertura del rischio di tasso d’interesse sul debito.

Invece alcune Regioni utilizzano questi flussi per coprire la spesa corrente (personale, consulenze e sedi fuori dalla Regione) e lo fanno sulla base di proprie leggi ad hoc, per cui alla Corte dei Conti non resta che prendere atto. Per esempio la Liguria, nel presentare il preventivo per il 2014 ha iscritto questi contratti derivati per “soli” 10 milioni di euro, in termini di rischi potenziali, quando la Corte dei Conti rilevava che la cifra doveva essere quasi raddoppiata, fino a 17.5 milioni di euro per essere coerente con i veri rischi che la Regione corre. Questo andazzo non può essere tollerato oltre. Nell’era di internet e della piena informazione l’apparato dello Stato rimane il soggetto più oscuro e meno trasparente di tutti.

Fabrizio Saccomanni, titolare del Tesoro nel giugno 2013, quando uscì la relazione della Corte dei Conti disse al Parlamento: “Faremo trasparenza sui derivati della Repubblica”. Lo stesso impegno fu preso solennemente da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, all’insediamento del governo. Ma di quelle promesse nessuno ha sentito più parlare.

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