Ignazio Marino al capolinea

Marino_contestato_sliderLa rivolta delle periferie porta alla luce la rabbia dei romani nei confronti del sindaco. Il lacerante dilemma del Pd

 

 

 

ROMA – Dopo le proteste, i tumulti e i roghi di Tor Sapienza, il virus della rivolta contro gli immigrati si diffonde nelle altre periferie della città. Ieri mattina all’Infernetto, c’è stato il sit-it di un centinaio di persone davanti al un centro per minori disagiati dove da venerdì sono ospitati i 17 ragazzi trasferiti per ragioni di sicurezza da Tor Sapienza.

“Noi qui non ce li vogliamo, vadano via”, la gente è esasperata dai furti continui, “viviamo già come prigionieri in casa”. Giorgio Mirizio, del comitato Infernetto Sicuro, agita un cartello: “Non è razzismo ma legittima difesa”. C’è chi prova a tendere le braccia ai ragazzi: “Non sono loro il problema”, ma viene zittito dagli insulti. Nel pomeriggio la visita a sorpresa di Marino all’interno della struttura. Invita anche una delegazione dei residenti a conoscere i ragazzi. “Entro un paio di giorni saranno trasferiti – dice – perché da qui non riescono a raggiungere le scuole che frequentano a Roma”. Intanto a Tor Sapienza i comitati si organizzano in vista dell’incontro con il sindaco in Campidoglio fissato per domani. Oggi pomeriggio assemblea aperta nel quartiere convocata dalla “commissione di vigilanza sugli interventi richiesti al sindaco”.

La rivolta sociale delle banlieu romane appare come l’ultima goccia di un vaso di dissenso e di insoddisfazione dei romani nei confronti della giunta Marino ormai stracolmo. La misura del rigetto politico si è avuta a fine ottobre dal sondaggio realizzato dalla Swg per conto dello stesso Pd romano. Ad un anno e mezzo dal trionfale “cappotto” contro Alemanno (finì 64 a 36 e 15 municipi a zero), il gradimento del sindaco Marino ha subìto un crollo verticale: solo il 20% dei romani si fida ancora di lui, l’80% poco o per nulla. Significa che quattro su cinque preferirebbero qualcun altro alla guida del Campidoglio. Se oggi si tornasse alle urne, lo rivoterebbe solo il 23% degli elettori, il 75% scriverebbe un altro nome sulla scheda. Peggio fa la giunta, promossa solo dal 16% dei cittadini, mentre l’84 si dichiara insoddisfatto.

D’altro canto i problemi irrisolti della capitale e la serie nutrita di gaffe del primo cittadino stanno portando la pazienza dei romani ad un punto di rottura. Dalla chiusura dei Fori Imperiali all’insegna del caos e dell’improvvisazione alle comiche delle nomine del comandante dei vigili urbani e del presidente dell’Ama precipitosamente ritirate, dalla trascrizione dei matrimoni gay alla rivolta sui social network per la chiusura integrale al traffico del tridente, dalle disastrose conseguenze del maltempo all’assurda gestione delle multe non pagate per la sua Panda rossa, Marino è riuscito nell’impresa di battere il record della disapprovazione popolare.

Tant’è che anche il Pd, unico responsabile della sua nomina, è stato costretto a correre ai ripari. Il vice segretario nazionale, Lorenzo Guerini, lo ha convocato d’urgenza per formalizzare l’ultimatum  stabilito dal partito: “O azzeri la giunta, ad eccezione dell’assessore al Bilancio, oppure proseguire diventa complicato”.

L’imputato però non ha intenzione di farsi processare: messo alle strette da Lucia Annunziata nella sua trasmissione su Rai3, il primo cittadino, seppur tentando di prendere la risposta alla lontana, alla fine ha replicato convinto:  “Ci siamo rimboccati le maniche, sono convinto che ce la posso fare e vado avanti”. E alla Annunziata che lo interrogava  sull’azzeramento della giunta e sulle multe del Panda-gate ha risposto: “Il partito non mi ha mai chiesto di cambiare i nomi delle poltrone o di andare via e sono sicuro che non lo farà mai. Sulle multe risponderò in Aula consiliare martedì”.

L’altro proverà ad abbozzare una difesa, si presenterà a Largo del Nazzareno con qualche scalpo già tagliato nell’inseparabile zainetto (quello del capo di gabinetto Luigi Fucito, degli assessori alle Politiche Sociali Rita Cutini e alla sport Pancali e forse anche il ridimensionamento della Cattoi), chiedendo come sempre aiuto per rilanciarsi. Ma la partita del Campidoglio nel Pd è ormai passata di mano, si gioca a un livello superiore, non è più una questione locale. Al punto che, si vocifera, per Marino sarebbe stata persino studiata un’exit strategy morbida, per scongiurare il pericolo di elezioni anticipate (che in queste condizioni, come ha dimostrato il sondaggio, sarebbe una caporetto per il partito di Renzi): le sue dimissioni pilotate in cambio di un nuovo e prestigioso incarico.

La verità è che il Pd romano si è infilato volontariamente in un cul de sac e adesso non sa come uscirne. Quella del rimpasto di giunta sarebbe l’ennesima pezza messa a coprire l’incapacità della giunta. Se al contrario si decidesse di rottamarlo, la perdita del Campidoglio sarebbe scontata (con o senza Marchini alla testa di una coalizione di centro destra). Un bel dilemma per Cosentino&C., non c’è che dire!

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