La repubblica indipendente della Cdp

Bassanini_Tempini_sliderSenza politica industriale si naviga a vista. Il gruppo dirigente di ex operatori di banche d’investimento


 

ROMA – L’ultima richiesta di aiuto è arrivata in via Goito, sede della Cassa depositi e prestiti, poche giorni fa: intervenire per salvare l’Ilva, oggi dei Riva, altrimenti destinata a finire nelle mani francoindiane del colosso dell’acciaio Arcelor-Mittal. Dopo quello che è successo con gli Acciai Speciali di Terni, il rischio per l’Italia di uscire dal settore strategico della siderurgia si è fatto concreto. Da qui le pressioni, anche governative, per un intervento della Cdp (o del suo braccio operativo Fondo Strategico Italiano) a Taranto. Non un salvataggio assistenziale – si sono affrettati a puntualizzare i soggetti coinvolti – ma l’investimento strategico per il rilancio di un impianto produttivo di qualità, come è stato il recente ingresso dello stesso Fsi in Ansaldo Energia.

La verità è che sulla Cassa depositi e prestiti e sul suo braccio operativo, il Fondo strategico italiano (80 per cento della Cdp e 20 per cento di Banca d’Italia) si stanno caricando un’infinità di aspettative. D’altronde in mancanza di qualsiasi traccia di politica industriale si naviga a vista e tutto avviene all’insegna dell’estemporaneità. Quando non si sa come uscire da un impasse si pensa alla Cdp, un processo che qualcuno ha definito un “riflesso pavloviano”, che sembra aver contagiato tutti: il governo, i politici, i sindacati, gli imprenditori. Ormai di fronte a qualsiasi ostacolo si chiama in causa la Cassa. Ci sono decine di miliardi di fatture non pagate dalla Pubblica amministrazione? Chiediamo alla Cdp di anticiparli. Telecom Italia non ha i miliardi necessari a sistemare la peggior rete d’Europa? Sentiamo che cosa dice Cdp. C’è da rattoppare il bilancio dello Stato con qualche finta privatizzazione? Cdp comprerà senza esitazione.

D’altro canto, com’è noto, la Cassa è “gonfia” di quattrini assicurati dal un flusso costante di entrate dai piccoli risparmiatori postali. L’anno scorso quello che viene comunemente chiamato il “popolo delle vecchiette” ha affidato 242 miliardi alla Cdp, che li ha remunerati con 5,4 miliardi, al tasso medio del 2,1 per cento. Cdp ha girato il 71,5% di quei soldi (173 miliardi) allo Stato, comprando Bot, Cct e Btp, incassando interessi per 5,9 miliardi, al tasso medio del 3,4 per cento, con uno spread superiore del 60 per cento rispetto a quello pagato alle Poste. Se il Tesoro piazzasse direttamente i suoi titoli alle “vecchiette”, fa notare maliziosamente Il Fatto Quotidiano, risparmierebbe 2,3 miliardi che, guarda caso, corrispondono esattamente all’utile 2013 della Cdp.

Con quelle risorse la Cassa guidata da Bassanini e Gorno Tempini, nonché da una prima linea operativa composta da tutti ex dirigenti di banche d’investimento internazionali, sembra agire con assoluta discrezionalità, preoccupata soltanto di soddisfare al massimo le attese dei soci privati (fondazioni bancarie e partner internazionali) e il fabbisogno inesauribile del ministero del Tesoro. La Cdp, infatti, ha già mutato pelle da tempo. Ormai fa politica industriale direttamente sul terreno di gioco, per quanto in maniera “random”, pur vivendo nella costante contraddizione di essere un investitore di lungo corso e un “raccoglitore” di risorse a breve, com’è la natura del risparmio postale. E viva nella costante inadeguatezza del suo patrimonio netto rispetto ai rilevanti impegni finanziari.

Il caso del suo Fondo strategico italiano è illuminante. Nato nel 2011 come longa manus dello Stato per proteggere le aziende italiane dalle incursioni dei grandi gruppi stranieri, non ha preso per niente alla lettera la mission che gli era stata affidata. Anzi, l’amministratore delegato di Cdp, l’ex banchiere di Merrill Lynch e IntesaSanpaolo, Giovanni Gorno Tempini, ha dato l’idea di muoversi in direzione opposta, visto che si è dato un gran da fare nella ricerca di investitori internazionali disponibili a sostenere l’attività del Fondo in Italia. Secondo Gorno Tempini e i suoi uomini, il problema dell’Italia non sono gli investimenti stranieri, quanto la mancanza di aziende italiane che abbiano le dimensioni e la risorse finanziarie per potersi espandere all’estero.

Da qui un carosello di joint venture, di investimenti nei settori più disparati, di partecipazioni internazionali, che negli ultimi mesi hanno subito una forte accelerazione. A cominciare dall’investimento in Ansaldo Energia per 657 milioni per il quale si è cercato un socio internazionale che consentisse all’azienda di sbarcare in nuovi mercati e di dotarsi di nuove risorse finanziarie. Il socio è stato individuato in Shanghai Electric, la più antica società cinese nel settore dell’energia che nel maggio scorso è entrata con il 40 per cento del capitale sociale.

Con Kia, il Kuwait Investment Authority, il Fondo Strategico ha fatto una joint venture che avrà risorse per 2,185 miliardi: Kia e Fsi metteranno 500 milioni a testa, mentre i restanti 1,185 miliardi arrivano dalla valutazione delle quote che il Fondo possiede nelle società in cui ha investito in questi tre anni.

L’accordo tra il Fondo Strategico Italiano e Qatar Investment Authority ha dato vita alla joint venture IQ Made in Italy Investment Company S.p.A. (IQ Made in Italy). Il primo investimento della neonata società è stato nel capitale di Inalca S.p.A., società detenuta al 100% da Cremonini, per 165 milioni di euro. Ma l’agroalimentare non era escluso dal perimetro di attività di Fsi? Niente paura, i quattro e quattr’otto si fa un decreto del ministero dell’Economia che autorizza la modifica dello statuto: se in origine Fsi poteva investire solo “nei settori della difesa, della sicurezza, delle infrastrutture, dei trasporti, delle comunicazioni, dell’energia, delle assicurazioni, dell’intermediazione finanziaria, della ricerca e innovazione e dei servizi pubblici”, ora il suo raggio di azione si estende alle “società operanti nei settori turistico-alberghiero, dell’agroalimentare e della distribuzione, della gestione dei beni culturali e artistici”.

Via libera quindi anche all’accordo con il gruppo alberghiero Rocco Forte Hotels che prevede l’ingresso di Fsi nel capitale del gruppo inglese per un piano di sviluppo incentrato sull’Italia. In particolare FSI Investimenti (società detenuta per circa 77% da FSI e per circa 23% da Kuwait Investment Authority) acquista il 23% della società alberghiera, con sede a Londra, per un importo di 60 milioni di sterline, pari a circa 76 milioni di euro, mediante la sottoscrizione di un aumento di capitale.

Per non farsi mancare niente, un mese fa Giovanni Gorno Tempini, presidente del Fondo Strategico Italiano (FSI) e Ding Xuedong, Presidente di China Investment Corporation (CIC International), hanno sottoscritto un memorandum of understanding per operazioni di investimento comune del valore massimo di €500 milioni per ciascuno dei due istituti.

Insomma della missione iniziale che voleva Fsi impegnato nell’acquisto di quote di minoranza in imprese di “rilevante interesse nazionale” che siano in equilibrio economico-finanziario e abbiano significative prospettive di sviluppo è rimasto ben poco. Sul piano interno infatti, se si fa eccezione per l’investimento in Ansaldo Energia, le operazioni messe a segno da Maurizio Tamagnini, amministratore delegato del Fondo, si riducono a quattro per 1,5 miliardi investiti. Si tratta in particolare della partecipazione nel capitale della società bio-farmaceutica Kedrion; in Metroweb, la rete di tlc alternativa a Telecom Italia; nella società di gestione dei pagamenti elettronici Sia; in Valvitalia, attiva nella produzione di valvole per l’industria petrolifera e dell’energia.

Le domande che molti si pongono con crescente insistenza sono: Dove va la Cdp? La voce che ha cominciato a circolare in questi giorni dell’apertura di una sede a Pechino dove va a parare? Chi decide le operazioni strategiche di politica industriale? Il governo, privo del tutto di qualsiasi elemento di strategia industriale, che rapporto ha con la Cassa? Nel drammatico processo di rapida deindustrializzazione del nostro Paese che ruolo anticiclico viene assegnato alla Cdp? Mentre Bassanini sfoglia la margherita, Iri o non Iri, queste risposte non possono e non devono tardare ad arrivare.

Potrebbero interessarti anche