Il viaggio di Papa Francesco in Turchia

Papa_Francesco_TurchiaIl Papontefice ha insistito sulla necessità di difendere la libertà religiosa. Dura la risposta del presidente Erdogan

 

 

ROMA – Il viaggio di papa Francesco in Turchia era cominciato sotto auspici per molti aspetti delicati. Secondo alcuni avrebbe addirittura rischiato di saltare per una non confermata richiesta al Vaticano (naturalmente respinta) da parte di un diplomatico turco di vedere in anticipo i discorsi che il Papa avrebbe pronunciato nel corso della visita. D’altronde non sono un mistero le perplessità nutrite dalla Santa Sede nei confronti del presidente Erdogan dopo il mancato intervento a Kobane in difesa dei curdi e le posizioni discutibili sui diritti umani.

Al suo arrivo ad Ankara, il Pontefice è stato accolto nella faraonica dimora presidenziale (più di 1000 stanze con una superficie totale di oltre 350 mila metri quadri, ben più della Casa Bianca, del Cremlino e di Buckingham Palace, simbolo discusso e sfacciato del potere di Erdogan), dove nessun presidente straniero aveva finora mai messo piede. Nelle scorse settimane un gruppo di architetti turchi aveva rivolto un appello a Bergoglio a non entrare nella nuova e controversa reggia presidenziale per evitare che si desse legittimità a quel che considerano come un edificio costruito illegalmente, costato più di mezzo miliardo di dollari e costruito su un terreno donato da Kemal Ataturk, il fondatore della moderna Repubblica turca, allo Stato perchè fosse usato come parco.

Qualche imbarazzo l’ha suscitato anche l’incontro con il Gran Mufti, Mehmet Gormez, che qualche tempo fa ha duramente criticato il Pontefice, accusato “di organizzare partite di calcio in Vaticano, invece di condannare la distruzione delle moschee in Germania”. Il Papa e il Gran Mufti si sono presi per mano e hanno pregato insieme nella Moschea Blu.

Nel suo primo discorso ufficiale davanti alle autorità turche, dopo il colloquio privato con il presidente Recep Tayyip Erdogan, Papa Francesco ha parlato e ha elogiato la Turchia per la risposta umanitaria a “così tanti rifugiati dalle zone di conflitto”. Ma è sulla necessità di difendere la libertà religiosa e la libertà di espressione che il Santo Padre ha insistito, perché queste, se “efficacemente garantite a tutti, stimoleranno il fiorire dell’amicizia, diventando un eloquente segno di pace. È fondamentale che i cittadini musulmani, ebrei e cristiani – tanto nelle disposizioni di legge, quanto nella loro effettiva attuazione – godano dei medesimi diritti e rispettino i medesimi doveri”

E a proposito delle minacce dell’Isis, il Pontefice ha voluto ribadire “che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre però nel rispetto del diritto internazionale, voglio anche ricordare che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare”. Parole che non hanno dissipato del tutto quell’ambiguità rilevata nella risposta del Papa ai giornalisti sul volo di ritorno da Strasburgo, quando aveva detto che “io non do mai per persa una cosa. Non so se si può dialogare con lo Stato Islamico, ma io non chiudo mai una porta. La mia porta è sempre aperta”.
Le parole con le quali il primo ministro turco ha risposto al saluto del Papa sono apparse ad alcuni  osservatori particolarmente dure. “Nei paesi occidentali sta crescendo l’intolleranza e le persone sono giudicate in base alle religioni alla quale appartengono, a volte mettono etichette come se fossero collegate con il terrorismo. Sta crescendo l’islamofobia. Nel mondo occidentale – ha sottolineato il presidente turco – c’è la tendenza a identificare la violenza con i musulmani e questo ferisce milioni di musulmani che si sentono abbandonati e possono diventare aperti a essere strumentalizzati da questi gruppi terroristici”.

Per il presidente turco “Isis e Al Qaeda sono nati dopo tantissimi anni di politica sbagliata perché le persone che sono trattate con ingiustizia, quelle masse che sono state abbandonate sono diventate aperte a essere usate da questi gruppi. Ogni giorno si parla di Isis, si sono prese precauzioni, ma in Siria quel gruppo che ha ucciso 300mila siriani e ha causato 7 milioni di profughi è stato dimenticato, nessuno parla di questa tragedia delle persone uccise. Ci sono terrorismi personali e c’è un terrorismo di Stato in Siria”. Per Erdogan la Turchia si è rivolta da tempo sia all’Oriente che all’Occidente per contribuire alla convivenza. “Da noi – ha sottolineato il presidente – tutte le culture e le razze hanno potuto vivere in pace e questo modello deve essere seguito dalla comunità internazionale”.

Nell’incontro con il primate della Chiesa ortodossa Bartolomeo ad Istanbul è stato affrontato il tema centrale dell’abbraccio con i cristiani ortodossi, processo arrivato ad un punto decisivo. In sostanza il Papa sostiene che ormai si tratta di una decisione che deve superare le dispute teologiche: “Non si può aspettare, bisogna andare avanti. Non dimentichiamo che c’è l’ecumenismo del sangue, i cristiani vengono uccisi senza distinzioni”. Quindi per il Papa è arrivato il momento di superare gli schemi finora adottati, come “l’uniatismo”, cioè la riammissione degli ortodossi in chiese orientali, anche se queste ultime devono continuare a esistere. Una affermazione considerata molto forte in campo teologico, i cui effetti si vedranno con il tempo. E in questo contesto ha inviato un messaggio al patriarcato di Mosca, storicamente il più rigido verso Roma: “Voglio incontrare il patriarca Kirill, ma credo che con quello che è accaduto questo passa in secondo piano. Tutti e due vogliamo incontrarci”.

Nella conferenza stampa sul volo di ritorno Istanbul-Roma ha risposto ad una serie di domande tra cui quelle sulla islamofobia denunciata da Erdogan. “Non si può dire che tutti gli islamici sono terroristi come neppure che tutti i cristiani sono fondamentalisti, anche se in questo caso ci sono dei gruppetti….. Ho detto al presidente Erdogan che tutti insieme, accademici, religiosi e anche politici condannino chiaramente il terrorismo”.

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