I volteggi acrobatici del sindaco Marino

Marino_Ignazio_slider_5Il Pd nazionale ritiene conclusa l’esperienza. I contorcimenti e le risse del partito romano. Il boccino torna al Pd

 

 

ROMA – Le cose cambiano in fretta sulla scena politica romana. La settimana scorsa il sindaco Marino era dato per morto e sepolto. Dopo le rabbiose critiche dei dirigenti locali, il Pd nazionale aveva pronunciato di fatto il de profundis. Il vice segretario Guerini, in un gelido faccia a faccia con il primo cittadino, aveva sentenziato: “Caro Ignazio, così non va. Il mini-rimpasto da te concepito è distante anni luce da quella svolta, da quel segnale di discontinuità chiesto a gran voce dal Pd e dalla città intera”. Prima di lui il presidente del partito, Matteo Orfini, lo aveva paragonato nientemeno che a Mario Balotelli: “Deve imparare a disciplinare il suo talento per convincere davvero”.

A conti fatti, nell’elenco degli amici-nemici del sindaco i secondi vincono per ko. Molti sono interni allo stesso Partito democratico. Michela De Biase, presidente della commissione cultura del consiglio comunale capitolino e moglie del ministro Dario Franceschini, lo ha definito “il più grande gaffeur della storia”. Ma anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che già non aveva gradito i toni con cui Marino criticò la decisione dell’esecutivo di ritirare il decreto Salva-Roma dopo l’ostruzionismo del M5s (“Sono pronto a bloccare la città”), pare che abbia perso definitivamente la pazienza.

Fuori dal partito – come ha dimostrato il famoso sondaggio sull’indice di (s)gradimento del sindaco – gli avversari non si contano. E tra questi ci sono alcuni dei pezzi da novanta dell’establishment capitolino, a partire da quel Francesco Gaetano Caltagirone che, potendo contare su solidi rapporti con alcuni esponenti del Pd romano, gli ha dichiarato guerra dopo il ridimensionamento del consiglio di amministrazione di Acea, di cui il costruttore detiene il 15,8%. Oppure il ‘re della monnezza’, Manlio Cerroni, che dopo la chiusura della discarica di Malagrotta, ha querelato il primo cittadino spiegando che “persevera nella distorta e diffamatoria campagna stampa nei confronti della mia persona e delle aziende che rappresento”.

A far intendere comunque che qualche giorno fa i giochi potevano ritenersi chiusi era intervenuto, con tutto il peso delle sue armate, il gruppo fiancheggiatore de L’Espresso. Venerdì scorso infatti, con perfetto sincronismo, tutte le cannoniere del gruppo editoriale avevano sparato contemporaneamente sul bersaglio Marino. Aveva cominciato l’ammiraglia del gruppo, “la Repubblica”, in un articolo-inchiesta dal titolo “Così Roma affonda in un default pagato da tutt’Italia”. A supporto “il Venerdì” pubblicava un drammatico  reportage su “Una settimana a Corcolle”. E infine il colpo di grazia: L’Espresso usciva con la copertina strillata “Sfascio Capitale – Roma è fuori controllo. Tra sporcizia, topi, degrado, opere incompiute e malaffare. Dal centro alla periferia, rapporto sulla grande tristezza della città”.

Il volume di fuoco è stato tale da far pensare ad un’offensiva a tutto campo condotta in modo più o meno concordato per togliersi di torno la figura di Marino diventata politicamente più che ingombrante. D’altronde, come diceva Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

Questa settimana però è cominciata con uno sfacciato dietrofront del sindaco. Dopo aver ignorato deliberatamente per mesi il partito che lo ha eletto, quando non addirittura remato contro, oggi si è presentato alla conferenza programmatica del Pd capitolino al Teatro Quirino, annunciando  l’imminente rimpastino in Campidoglio. Il tono del suo intervento è stato a metà tra il contrito e l’orgoglioso. “Quando ci siamo insediati servivano scelte di rottura, scelte giuste anche se impopolari. E in molti casi le abbiamo compiute. Ora si tratta di completare quelle scelte, ed è il momento di superare diffidenze e differenze e di unire le forze ed è il momento anche di cambiare quello che finora ha funzionato meno bene nel lavoro di governo”. Le cose “che hanno funzionato meno bene – ha ammesso Marino – vanno cambiate ma per cambiarle ognuno di noi, a partire da questa sala, dalla giunta, dai municipi, dai nostri straordinari presidenti di municipi, dal Pd romano, dal Pd nazionale deve fare la propria parte”.

Ora la palla dunque torna al centro. Bisognerà vedere se il Pd, dopo aver tuonato sulla necessità di una palingenesi dell’amministrazione e di un nuovo “verso” politico, renzianamente parlando, si accontenterà di un atto di contrizione del sindaco e del cambio di un paio di poltrone in Campidoglio per tirare a campare. O invece troverà il coraggio di andare fino in fondo, con il rischio di nuove elezioni, ma anche il riconoscimento pubblico di un proprio errore e la volontà di riscattarsi.

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