Mafia, l’indagine punta alla Regione Lazio

regione-lazio-sliderEsponenti dell’attuale amministrazione e di quelle precedenti avrebbero avuto un ruolo nel gioco della ‘Mafia Capitale’. Il M5S chiede lo scioglimento del Comune di Roma per mafia

 

 

ROMA – Non solo il Campidoglio, gli enti pubblici e le aziende municipalizzate, ma anche la Regione Lazio. Gli accertamenti della Procura di Roma sulla cupola mafiosa sgominata nella capitale puntano ora anche sul livello di infiltrazione dell’organizzazione capeggiata da Massimo Carminati nei palazzi di via della Pisana e di via Cristoforo Colombo. Le indagini, sulla base di quanto acquisito e sequestrato ieri dagli investigatori del Ros nel corso delle perquisizioni eseguite, prendono in esame sia l’attuale amministrazione, sia quella precedente.

La mafia parla dunque romano. Un terremoto politico-giudiziario destinato a riscrivere gli ultimi anni di vita istituzionale della Capitale. Un’inchiesta, ribattezzata dagli inquirenti “Mafia Capitale”, che come una bomba si abbatte su una ampia fetta della classe dirigente della città.

Trentasette arresti, tra cui l’ex Nar Massimo Carminati, un centinaio di indagati, compreso l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno (“sono estraneo alle accuse e lo dimostrerò”), e sequestri milionari: sono i numeri di una indagine della Procura di Roma che è solo all’inizio, ma che è destinata a segnare per i prossimi mesi la vita politica della Capitale.

In un “sottomondo” di malaffare, fatto anche di collegamenti tra ambienti di estrema destra e politica, il ruolo primario è di Massimo Carminati, ex terrorista dei Nar, accusato di aver fatto parte della Banda della Magliana, personaggio che ha ispirato a De Cataldo il personaggio de il ‘Nero’ di Romanzo Criminale.

Un passato che non passa, ma che ancora distribuisce le carte gestendo, grazie all’uso costante della minaccia e della violenza, il potente di turno, l’imprenditore, il professionista e il manager di stato. Carminati di fatto gestiva una holding del malaffare versatile: dagli appalti all’estorsione, dall’usura al recupero crediti. Aveva contatti con manager, politici e col crimine di ogni specie: da Michele Senese, boss in odore di Camorra, alla “batteria” di Ponte Milvio che controlla i locali della movida romana, dalla potente famiglia nomade romana dei Casamonica alla spiccia criminalità di strada. L’organizzazione, secondo l’accusa, ha potuto contare su figure apicali dell’amministrazione capitolina dal 2008 al 2013.

Una “cupola” tra politica, mafia ed ex pezzi dell’eversione di destra e della criminalità che costituiva dunque una holding di affari sporchi nella capitale. Per i magistrati guidati da Giuseppe Pignatone il clan era arrivato anche all’ex sindaco Gianni Alemanno, indagato per associazione a delinquere, e ai suoi uomini. In manette, nell’operazione congiunta di Ros e Guardia di Finanza, sono finiti infatti l’ex amministratore dell’Ente Eur, Riccardo Mancini, da sempre braccio destro di Alemanno, e quello dell’Ama, Franco Panzironi. I due erano “pubblici ufficiali a libro paga” che fornivano “all’organizzazione uno stabile contributo per l’aggiudicazione degli appalti”.

I due manager si sono adoperati anche per “lo sblocco dei pagamenti in favore delle imprese riconducibili all’associazione e come garanti dei rapporti dell’associazione con l’amministrazione comunale”. Di fatto quello presieduto da Carminati è a tutti gli effetti un comitato d’affari che copriva tutti i settori produttivi della Capitale compreso il business dell’accoglienza degli immigrati e quello dei campi nomadi.

Il dominus Carminati aveva definito anche i ruoli dei principali collaboratori a cui aveva affidato la responsabilità del controllo dei diversi settori economici. Così secondo le indagini Salvatore Buzzi, ritenuto il braccio imprenditoriale di Carminati e finito anche lui agli arresti, tramite una rete di cooperative sociali, gestiva gli interessi economici dell’associazione criminale in diversificati settori destinatari di appalti e finanziamenti del Comune di Roma e delle aziende municipalizzate. Nei settori dell’accoglienza dei profughi e dei rifugiati, della raccolta differenziata e dello smaltimento dei rifiuti, della manutenzione del verde pubblico e negli altri settori oggetto di gare pubbliche, quali ad esempio i lavori connessi all’emergenza maltempo a Roma e le attività di manutenzione delle piste ciclabili.

Sulla base delle disposizioni impartite dall’ex Nar, Buzzi ha intessuto rapporti con pubblici amministratori, funzionali agli interessi delle imprese del sodalizio, occupandosi personalmente della gestione della contabilità occulta e della creazione di flussi finanziari illegali, usati per alimentare “un ramificato sistema corruttivo, in favore soprattutto di protagonisti della vita politica e amministrativa di Roma Capitale”.

Un altro collaboratore Fabrizio Franco Testa, anche lui arrestato, secondo la ricostruzione degli inquirenti curava, dall’interno delle strutture politico-amministrative, gli interessi dell’organizzazione criminale, mentre Carlo Pucci, anche lui arrestato, era deputato a seguire gli appalti ed i relativi pagamenti destinati alle cooperative del sodalizio, dall’Eur Spa, quale dirigente, e dall’Ati Marco Polo.

Tra gli arrestati c’è anche Luca Odevaine, già capo di gabinetto nel 2006 dell’allora sindaco di Valter Veltroni, che nella sua qualità di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale ha orientato, in cambio di uno “stipendio” mensile di 5 mila euro garantito dal clan, le scelte del tavolo per l’assegnazione dei flussi di immigrati alle strutture gestite da uomini dell’organizzazione.

Tra gli indagati anche tre esponenti di punta dell’attuale amministrazione capitolina: l’assessore alla casa Daniele Ozzimo e il presidente dell’assemblea capitolina Mirco Coratti, entrambi del Pd, che si sono già dimessi pur dichiarandosi “estranei”. Indagato anche il responsabile della Direzione Trasparenza del Campidoglio, Italo Walter Politano, che sarà rimosso dal suo incarico.

Anche nel Consiglio regionale si registrano rapporti con alcuni esponenti dell’area di maggioranza: in questo senso, assume rilievo la figura di Eugenio Patanè (Pd), ex consigliere comunale e presidente della commissione Cultura della Regione Lazio, indagato per associazione mafiosa e dimessosi a 24 ore dagli arresti.

A piazzale Clodio la sensazione è che siamo solo al principio di un sisma destinato a propagarsi. Le carte dell’indagine raccontano di un malaffare talmente diffuso che potrebbero essere clamorosi gli sviluppi dell’indagine.

Sono 37 le ordinanze di custodia cautelare. In carcere sono finite 29 persone mentre otto sono state poste ai domiciliari.

I nomi degli arrestati: l’ex Nar e Banda della Magliana Massimo Carminati, l’ex ad di Ente Eur Riccardo Mancini, l’ex vicecapo di gabinetto del Campidoglio Luca Odevaine, l’ex ad dell’Ama Franco Panzironi, l’ex dirigente del servizio giardini del Comune di Roma Claudio Turella e il dirigente dell’Ama Giovanni Fiscon. E ancora in carcere Riccardo Brugia, Roberto Lacopo, Matteo Calvio, Fabio Gaudenzi, Raffaele Bracci, Cristiano Guarnera, Giuseppe Ietto, Agostino Gaglianone, Salvatore Buzzi, Fabrizio Franco Testa, Carlo Pucci, Sandro Coltellacci, Nadia Cerrito, Claudio Caldarelli, Carlo Maria Guarany, Emanuela Bugitti, Alessandra Garrone, Paolo Di Ninno, Pierina Chiaravalle, Giuseppe Mogliani, Giovanni Lacopo, Claudio Turella, Emilio Gammuto, Giovanni De Carlo.

Ai domiciliari sono finiti invece: Patrizia Caracuzzi, Emanuela Salvatori, Sergio Menichelli, Franco Cancelli, Marco Placidi, Raniero Lucci, Rossana Calistri, Mario Schina.

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