Il Pd: salvate il soldato Marino

Carminati_sliderL’imbarazzo del Pd tirato in ballo dalla Mafia Capitale. Il commissariamento del partito e l’autodifesa del sindaco


ROMA – Qui la cosa si ingrossa. Prendere a prestito una battutaccia dei film cochon degli anni 70 per descrivere l’evoluzione dell’indagine sulla mafia nella Capitale non è un sacrilegio. Dopo la grande retata della scorsa settimana, infatti, ogni giorno escono i nomi di nuovi politici collusi, di nuove intercettazioni, di nuove rivelazioni di improvvisati pentiti. Tutto l’edificio amministrativo scricchiola paurosamente, c’è chi scommette sulla sua imminente implosione e chi invece si sforza stoicamente di tenerlo in piedi.

In questo seconda compagnia, il ruolo di Sisifo lo interpreta il Partito democratico. E non solo perché risulta pesantemente coinvolto nell’associazione di stampo mafioso, o perché sono stati costretti alle dimissioni diversi pezzi da novanta del partito locale, o perché emergono a getto continuo frequentazioni e incontri con Salvatore Buzzi, con la sua Cooperativa 29 giugno, con esponenti del clan Carminati.

La segreteria nazionale del Pd, consapevole della frana che stava per investire il partito romano, è dovuta intervenire d’urgenza azzerando tutte le cariche e nominando un commissario straordinario, niente di meno che nella persona del suo presidente Matteo Orfini. A coprirgli le spalle in questa impresa disperata sono scesi i massimi dirigenti del partito, a cominciare dal ministro Maria Elena Boschi, secondo cui “è giusto individuare le responsabilità ma attenzione a tirare in mezzo il Comune di Roma; per arrivare al commissariamento ci vogliono estremi di legge precisi che qui non ci sono. Bisogna fare processi presto senza sconti a nessuno ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio perché non tutti hanno rubato”. E poi la parola d’ordine finale: “Marino deve restare e governare bene”.

Altrettanto ha fatto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio: “Quanto accaduto a Roma è pessimo, quanto di peggio possa capitare all’immagine di un Paese. Ma d’inverno, per far uscire l’aria viziata da una stanza, ogni tanto occorre aprire la finestra e accettare un po’ di freddo. Le decisioni che abbiamo preso sull’Expò di Milano, sul Consorzio che gestisce il Mose di Venezia, o su Roma sostenendo il lavoro di Marino, sono un’opera di pulizia necessaria”.

Tanto spiegamento di forze però non riesce ad attutire il colpo portato dalla Procura della Repubblica romana non solo (anche se soprattutto) all’intera consiliatura dell’ex sindaco Alemanno, ma anche all’attuale giunta capitolina. Pur distinguendo infatti le responsabilità penali, strettamente personali, dalle conseguenze politiche, non c’è dubbio che solo l’iniziativa della magistratura è stata in grado di scoperchiare un groviglio verminoso da cui per il momento nessuna organizzazione è autorizzata a chiamarsi fuori.

Salvate il soldato Marino, dopo aver tentato in tutti i modi di scaricarlo e aver chiesto ripetutamente un cambio radicale di passo, è un appello che non può essere raccolto. Oggi infatti, oltre alle censure di ieri, ci sono le dimissioni forzate di due assessori della sua giunta e del presidente del Consiglio comunale, lo sfarinamento della maggioranza che lo sostiene, il boss della Cooperativa incriminata alla festa per la raccolta fondi del Pd, il coinvolgimento di esponenti della sua stessa segreteria nelle trame delittuose, i contributi per la sua campagna elettorale, le foto che lo ritraggono accanto a Buzzi, la recente delibera con cui la sua giunta ha concesso alla Cooperativa 29 giugno di Buzzi il complesso immobiliare di via Pomona, di circa 1.000 mq coperti e 2.456 scoperti, a condizioni di super favore “vista la valenza sociale delle attività svolte dalla cooperativa in tema di inserimento nel mondo del lavoro di persone in difficoltà” (tra l’altro, con un canone annuo di 14.752 euro invece dei 73.764 stimati dal Dipartimento Patrimonio del Comune).

E’ decisamente troppo per condividere le parole del neo commissario del Pd romano che esprime “massima fiducia nel sindaco di Roma, Ignazio Marino, che è un argine al malaffare”. Né le misure annunciate da Orfini  (controllo dei bilanci e degli iscritti ai circoli, trasparenza delle fondazioni, lotta al marciume e ai conflitti interni tra le correnti) vanno molto al di là dei pannicelli caldi e delle buone intenzioni natalizie.

Dimissioni dunque della giunta “asfaltata” dalla Mafia Capitale e nuove elezioni? Non è detto. Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, a cui spetta la decisione di un eventuale scioglimento, tentenna e passa la patata bollente al ministro dell’Interno: “Per Roma possono esserci tre ipotesi, dopo la valutazione delle carte dell’inchiesta: o un accesso agli atti, o lo scioglimento o una terza via che prevede di non intervenire essendo in corso l’attività giudiziaria”.

Intanto il diretto interessato si difende rabbiosamente, cavalcando con un certo cinismo l’onda di infamia che sta sommergendo la Capitale. “Con noi gli affari sono finiti – proclama Ignazio Marino – Si vergognino e se ne vadano da questa città. Noi stiamo dall’altra parte”. Ma i romani, come dimostrato dal sondaggio di qualche settimana fa, la loro sentenza l’avevano già emessa e scritta con le parole di Oliver Cromwell: “In nome di Dio, vattene!”.

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