L’austerity secondo la Bundesbank

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Cresce in tutta Europa la contestazione dell’euro. Il presidente Weidmann chiarisce la posizione della Germania

 

 

ROMA – Un vento forte di contestazione soffia sull’Europa. Viene da est, da ovest, da destra, da sinistra e aumenta ad una velocità impressionante. Prima era Marine Le Pen a contestare l’Unione europea e la moneta unica, poi l’ha raggiunta Nigel Farage con il suo Ukip e via via tutti gli altri che da sparuti gruppetti di contestatori ora rischiano di prendere il potere nei rispettivi paesi.

E’ il caso di Alexis Tsipras, leader greco del partito di estrema sinistra Syriza, che i sondaggi danno in testa nelle probabili elezioni politiche della prossima primavera con il 28,6%, contro il 25,5% di Nuova Democrazia dell’attuale premier Samaras e il 5,5% del devastato partito socialista Pasok. Con un ritmo altrettanto incalzante crescono i partiti euroscettici in Spagna (Podemos) e in Italia,  dove la somma delle formazioni ferocemente contrarie alla moneta unica, da Grillo, a Salvini, alla Meloni, sarebbe già in pole position in un’eventuale competizione elettorale.

D’altronde la politica economica di Bruxelles, ispirata al rigore assoluto dei bilanci nazionali di marca tedesca e tradotta in rigide regole di governo, comunque la si voglia giudicare ha prodotto in tutta Europa una condizione di profonda recessione. Ritmi di sviluppo del Pil insignificanti (quando non addirittura negativi, come nel caso dell’Italia), tassi di disoccupazione insopportabili, consumi a picco e diseguaglianze sociali crescenti, sono il risvolto drammatico di scelte politiche insensate.

A fronte di questa situazione che non accenna a modificarsi, il nostro presidente del Consiglio e i suoi ministri proclamano a giorni alterni che “cambieremo verso alla politica comunitaria” e che “la crescita deve diventare il driver di ogni decisione di Bruxelles”. Intanto il semestre di presidenza italiana si conclude con un nulla di fatto, i periodici summit dei capi di Stato e gli Ecofin si susseguono con grandi promesse e nessun provvedimento concreto.

Come stanno veramente le cose e quali sono le reali intenzioni del demiurgo tedesco lo ha svelato finalmente a chiare lettere il presidente della Bundesbank, nonché membro influente del direttorio  della Bce, . Nella sua recente intervista a “Repubblica”, il solo ed unico Verbo, pronunciato diecine di volte, è il “consolidamento dei bilanci nazionali”.

Dunque non ci possono essere margini di manovra per gli investimenti produttivi? Assolutamente no, “i margini per investimenti aggiuntivi devono essere solo conseguiti con una revisione delle priorità nel bilancio”. In nome della crescita potrebbe esserci però più flessibilità nel Patto di stabilità? Risposta di Weidmann: “Se una regola viene interpretata in modo troppo flessibile, alla fine non è più vincolante”. Come vede allora un programma di acquisto di titoli sovrani da parte della Bce? “E’ noto che guardo all’ipotesi di ‘quantitative easing’ con scetticismo. Ritengo preferibile lasciare che le misure già varate mostrino i loro effetti e osservare come la ripresa va avanti”. E dulcis in fundo, la Commissione ammonisce l’Italia ma rimanda eventuali procedure d’infrazione, che ne pensa il presidente della Bundesbank? “Mi sarei aspettato decisioni più chiare. E’ sbagliato dare l’impressione che le regole siano sempre negoziabili”.

Ora, al di là della nota intransigenza e inflessibilità del carattere tedesco, il messaggio di Weidmann in cui riecheggiano i toni della Merkel, di Juncker e di Katainen, non poteva essere più chiaro: da Bruxelles non si passa, le regole sono queste e o si rispettano, o ciascuno si assume le proprie responsabilità. Anche Scalfari nel suo sermone domenicale l’ha capito: “La flessibilità chiesta dall’Italia sarà ridotta al minimo, l’autorizzazione alla politica keynesiana del ‘deficit spending’ sarà negata, l’aumento del debito pubblico non sarà sopportato e l’arrivo della Troika da possibile sta diventando probabile”.

Solo Renzi, Padoan e compagni non l’hanno capito o fanno finta di non capire. Si mettano dunque il cuore in pace: o il confronto con la Ue, d’accordo con Francia e paesi della sponda sud dell’Europa, cambia radicalmente registro in termini ultimativi, o tocca rassegnarsi ad una recessione come minimo decennale. Tutte le altre chiacchiere, diceva Luigi Malerba, “se le porta via il vento”.

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