Meno giornalisti dipendenti più autonomi

Rassegna_stampa_sliderNel Rapporto sulla professione giornalistica in Italia la “bolla” del lavoro autonomo continua a gonfiarsi

 

 

ROMA – Si restringe sempre di più il campo del lavoro giornalistico dipendente, con una massiccia espulsione dalle redazioni, mentre il peso delle testate tradizionali in termini di occupazione diminuisce sensibilmente.

La “bolla” del lavoro autonomo (o parasubordinato) continua intanto a gonfiarsi tanto che, almeno sul piano quantitativo, esso domina l’industria giornalistica, coprendo ora quasi due terzi dei giornalisti attivi ma raccogliendo redditi fra le 5,6 e le 6,9 volte inferiori a quelli medi dei giornalisti salariati.

Sono queste le principali linee di fondo dell’evoluzione del sistema dell’informazione giornalistica in Italia che emergono dal quinto Rapporto sulla professione in Italia, curato da Pino Rea e realizzato sulla base dei dati (aggiornati al 31 dicembre 2013) forniti dagli enti professionali: Casagit, Fnsi, Inpgi, Ordine.

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Il bacino costituito da quotidiani, periodici, Rai e agenzie di stampa, che nel 2000 rappresentava l’83,2% dei rapporti di lavoro, è calato alla fine del 2013 al 64,9%. Mentre enti pubblici e privati e la pubblica amministrazione, che 14 anni fa contavano l’8,1% dei rapporti di lavoro subordinato, hanno raddoppiato il loro peso e rappresentano ora il 16,1% dei rapporti di lavoro.

Intanto la forbice fra lavoro dipendente e lavoro autonomo si divarica sempre più. Alla fine del 2013 la percentuale degli ‘autonomi’ sulla popolazione giornalistica attiva era salita ancora, passando dal 59,5% del 2012 al 62,6% del 2013. Mentre i subordinati scendevano dal 40,5 al 37,4% (quasi tre punti percentuali in meno).

Ma paradossalmente, nonostante la crisi del settore, il numero dei giornalisti ‘attivi’ continua a crescere, sfiorando le 50.000 unità. La cosa si spiega, ovviamente, con l’aumento anomalo del lavoro cosiddetto ‘autonomo’.

La crisi continua a “mordere” soprattutto nel segmento del lavoro dipendente con le aziende che tagliano l’occupazione e comprimono il salario ricorrendo massicciamente ai contratti di solidarietà, e facendo leva sulle voci relative agli elementi distinti della busta paga: orari notturni, festivi, ex-festivi, accordi integrativi, premi di produttività, trasferte, tutte voci ormai ridotte pesantemente.

Ma nello stesso tempo gli editori “gonfiano” sempre di più la “bolla” dell’attività autonoma alimentando un bacino di lavoro precario e sottopagato che si allarga sempre di più. E se la retribuzione media diminuisce sia nel campo del lavoro dipendente che di quello autonomo o parasubordinato, il divario fra i due segmenti però continua a crescere. Nel primo caso si passa da 62.459 euro del 2012 a 61.180 euro del 2013 (meno 2%). Nel secondo caso la retribuzione media diminuisce da 11.278 a 10.941 euro lordi annui (meno 3%).

I redditi medi del lavoro autonomo sono in ogni caso il 17,9% di quelli del lavoro dipendente, 5,6 volte inferiori. In particolare la retribuzione media lorda annua del co.co.co – 8.832 euro – resta di 6,9 volte inferiore, mentre quella del ‘libero professionista’ è 4,7 volte inferiore (lievemente migliorata rispetto al 2012 quando era inferiore 5,5 volte).

Il numero dei contratti come redattori a tempo pieno (ex articolo 1 del contratto Fieg-Fnsi) è calato fra il 2008 e il 2013 di 2.351 unità (da 18.204 a 15.853 rapporti di lavoro), con una diminuzione del 12,9%. Mentre il calo complessivo dei rapporti di lavoro è stato del 10,6%.
Sempre nel periodo 2008-2013, i rapporti di lavoro ex art. 36 (pubblicisti nelle redazioni distaccate) sono aumentati del 7% (da 2783 a 2977), mentre quelli ex art. 12 e art. 2 sono diminuiti rispettivamente del 4,3% e del 23,4%. Il processo di espulsione degli occupati nel campo del lavoro giornalistico dipendente ha continuato dunque ad intensificarsi, smentendo le aspettative che vedevano nel 2013 l’ anno di una possibile inversione di tendenza nell’andamento congiunturale dell’economia del Paese.

In tre anni d’altronde – come osserva il presidente dell’Inpgi, Andrea Camporese – gli incentivi all’occupazione adottati dall’Inpgi con gli sgravi contributivi alle imprese per l’assunzione di giornalisti disoccupati, cassaintegrati o precari, hanno prodotto solo 360 nuove assunzioni.
Intanto, “nei soli primi sei mesi di quest’anno sono stati persi ben 634 posti di lavoro senza che ne sia stato creato nessuno”, ha rilevato il 3 novembre Franco Siddi, segretario della Fnsi, nel corso di un incontro con i sindacati confederali sul tema del mercato del lavoro.

Un trend confermato dal secco calo delle entrate contributive, che nel 2013 erano scese del 4,3% rispetto al 2012. Insomma, esiste “forte preoccupazione sull’andamento dei ‘fondamentali’ di sistema – osserva ancora Camporese – i posti di lavoro perduti, sommati a quelli registrati nei quattro anni precedenti, testimoniano una crisi senza precedenti nel sistema”.

Lo indica, ancora, l’accentuazione del calo del rapporto tra gli iscritti attivi ed i pensionati – che nel 2013 passa al 2,08 (dal 2,29 del 2012) – mentre il rapporto tra uscite per pensioni ed entrate per contributi cresce dal 111,6 del 2012 al 123,68 del 2013. La crisi del settore è confermata poi anche dal forte aumento della spesa dell’Inpgi per ammortizzatori sociali, cresciuta del 44,6% rispetto al 2012. E preoccupa anche il fatto che la retribuzione media delle pensioni continui a crescere mentre diminuisce il salario medio degli occupato: 65.903 euro lordi l’anno contro 61.180 euro.

Per quanto riguarda il rapporto attivi/iscritti all’Ordine, va poi detto che – escludendo gli stranieri e i giornalisti inseriti negli elenchi speciali – gli attivi costituiscono comunque solo il 47,1% degli iscritti all’albo. Una percentuale che tra l’altro è “gonfiata” dal fatto che tra gli attivi figurano posizioni in atto in passato ma che successivamente si sono “estinte”. Si tratta di uno degli elementi che imporrebbero una radicale revisione dell’attuale struttura dell’Ordine .

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