Cantone, “supereroe” suo malgrado

Cantone_sliderIl presidente dell’Anac assurto a salvatore della patria. Un consenso politico-mediatico-popolare senza precedenti


ROMA – L’ultima boutade è di qualche giorno fa: nella rosa dei papabili per la corsa al Quirinale potrebbe spuntare anche il suo nome, quello di “mister anticorruzione”, Raffaele Cantone. Oramai non c’è scandalo, ruberia, clan criminale, peculato, truffa, sistema malavitoso, per i quali non venga invocato l’intervento di Cantone.

C’è da sistemare a Milano il malaffare cresciuto all’ombra dell’Expo? Cantone viene nominato commissario straordinario e in poco tempo rimette le cose a posto. A Venezia scoppia lo scandalo del Mose che andava avanti da anni? L’anticorruzione, d’intesa con la Procura veneta, porta alla luce i rapporti incestuosi tra politica e affari e decapita il vertice truffaldino. E poi c’è Roma dove scoppia la bomba di “Mafia Capitale”. Anche in questo caso il sindaco Marino, per cercare di spegnere l’indignazione popolare, per prima cosa si dichiara pronto a portare in giunta il presidente dell’Anac, l’Associazione nazionale anticorruzione (poi gli spiegano che non si può fare e allora “ripiega” su un altro magistrato, Alfonso Sabella, che è appena diventato assessore alla legalità e trasparenza).

Insomma, ancora una volta l’Italia si scopre contaminata nel tessuto organico più profondo da un sistema corruttivo diffuso e imbocca, come ha sempre fatto nella storia, la scorciatoia dell’uomo della provvidenza. Gli è stato chiesto se non teme questo sovraccarico salvifico e la sua risposta è stata: “Non sono Superman. Prima l’Authority era composta da 20 persone, ora da 300. Ma se qualcuno pensa che in tempi brevi possiamo risolvere un problema così enorme è fuori dal mondo”.

Giusto, non è Superman e nemmeno Batman, ma nell’immaginario collettivo Cantone è già il nostro Supereroe fatto in casa. La sua sovresposizione mediatica ha del fantastico anche per uno che si è fatto le ossa vincendo contro il clan dei casalesi, o il trittico veneziano delle mazzette Mazzacurati-Galan-Orsoni, o l’imprenditore Maltauro con i suoi “consulenti” milanesi Frigerio e Greganti. I giornali, le riviste patinate, i talk show, il telegiornali l’hanno già eletto “uomo dell’anno”.

Il problema tuttavia non è nella sua immagine, nè nella sua capacità investigativa (unanimemente riconosciuta), nè nella sua indiscussa indipendenza dai “poteri forti”. Qui c’è da valutare seriamente se l’azione repressiva condotta da servitori eccellenti dello Stato sia in grado da sola di sconfiggere un male così profondamente radicato da relegare l’Italia al 69.mo posto su 177 nell’indice mondiale della corruzione dell’anno scorso pubblicato da Transparency International. O non occorra invece, accanto ad essa, sviluppare un’azione “politica” di più ampio respiro che abbia come obiettivo ultimo la palingenesi morale e civile del nostro Paese.

Contrariamente a quello che si può pensare, il problema posto in questi termini non è affatto astratto, anzi è terribilmente concreto. Se infatti la classe dirigente, per sfuggire alle proprie responsabilità, decretasse lo stato di emergenza (come di fatto va facendo sotto l’incalzare della corruzione diffusa), a qualcuno potrebbe venire in mente di riesumare quella legislazione straordinaria che, a partire dal 1974, lo Stato emanò per combattere prima il terrorismo e  successivamente la criminalità organizzata.
Il legislatore allora, in nome dello stato di emergenza del Paese, limitò le garanzie dei diritti di libertà dei singoli (dal fermo di polizia, alle intercettazioni telefoniche, alla durata della custodia cautelare, alle perquisizioni in blocco degli edifici) ed estese i poteri degli organi investigativi  attenuando numerose garanzie giurisdizionali (convalide, autorizzazioni etc.).

Se anche oggi, come allora, di fronte all’epidemia corruttiva si sposasse la dottrina del male minore,  cara a Spinoza e a Sant’Agostino, avrebbe ragione il costituzionalista Michele Ainis a sostenere che  “laddove sussiste una causa di male maggiore (la corruzione, ndr), dovrà pur esserci una forza minore, una vittima sacrificale. Quella vittima è la legalità”.

Esiste oggi questo rischio concreto? Probabilmente no. Tuttavia motivi di riflessione non mancano, a cominciare da quell’articolo 416 bis del codice penale, che è l’architrave si cui poggiano tutte le attuali iniziative giudiziarie. Quella norma stabilisce che “chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da tre a sei anni……. L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.

Senza addentrarci naturalmente in disquisizioni giuridiche, non sfugge l’ampiezza penale della disposizione, la cui applicazione viene di fatto rimessa all’interpretazione soggettiva del giudice. Se infatti l’aggravante per la punibilità di un delitto (regolato da altri articoli del codice penale) è data dalla “intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva”, beh allora, se si interpretasse la norma in maniera estensiva, a tremare potrebbero essere in tanti, ma tanti di più della sola accoppiata Carminati-Buzzi.

Insomma circola la solita aria di quando, saltate tutte le garanzie e i controlli istituzionali (tra gli altri, il presidente della Corte dei conti, in un improvviso risveglio, tuona: “Fatti di gravità inconcepibile, interverremo pesantemente”), si torna ad invocare l’ ”uomo forte”, il Supereroe che sbaraglia i cattivi e fa trionfare i buoni. Forse Cantone nemmeno lo sa, ma è questa la missione che tanti benpensanti gli affidano.

Lui oggi gode obiettivamente di un consenso popolare straordinario e di una strumentazione legislativa più che adeguata al compito (gravosissimo) che lo attende. Cantone stesso infatti riconosce che il nuovo reato di antiriciclaggio, o il voto di scambio politico-mafioso, o il ddl sull’anticorruzione (“che poteva essere qualcosa di meglio”) costituiscono innovazioni normative fondamentali. Ma poi – per dirla con Stanley Kubrick – si fa prendere un po’ la mano e chiede “misure premiali per chi collabora”, interventi sulle intercettazioni “utilizzando la stessa normativa dei reati di mafia”, riforme del falso in bilancio, della prescrizione, del codice degli appalti.

Fare un salto indietro di quarant’anni nella storia del nostro Paese e perseguire la strada della legislazione di emergenza per governarlo non ci aiuterebbe certo a superare la crisi. Al presidente dell’Anac dunque si chiede di curare una delle piaghe più infette della nostra società, combattendo la “corruzione nell’ambito delle amministrazioni pubbliche, nelle società partecipate e controllate anche mediante l’attuazione della trasparenza in tutti gli aspetti gestionali, nonché mediante l’attività di vigilanza nell’ambito dei contratti pubblici”. Cantone è l’uomo giusto al posto giusto, senza bisogno di diventare un Supereroe, di cui, come diceva Bertolt Brecht, solo un popolo sfortunato ha bisogno.

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