Charlie Hebdo, la grande marcia

Charlie_HebdoDopo la oceanica manifestazione di Parigi, ricominciano i distinguo, i se e i ma dei governanti europei

 

 

ROMA – Mentre ci accingevamo a commentare the day after del barbaro assassinio dei giornalisti del settimanale francese, la realtà ancora una volta ci ha superato: un altro terrorista islamico, della stessa cellula jihadista del 19mo arrondissement a cui appartenevano i due fratelli Kouachi, è entrato in un supermercato kosher di Parigi e ha ucciso quattro ostaggi, prima di essere ucciso a sua volta.

Di fronte a tanto orrore, e di quello che potrebbe ripetersi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo (gli americani dicono when-not-if), ritorna l’eterno dilemma occidentale: dobbiamo attrezzarci per combattere una guerra, o solo difenderci da qualche “lupo solitario” infarcito di dottrina coranica? Mentre decidiamo sarebbe quanto meno opportuno che adottassimo quelle misure minime di protezione per non farci trovare del tutto impreparati dal primo terrorista in libera uscita.

Ma neppure questo è consentito. A scorrere le biografie dei “fratellini” Kouachi e del loro sodale Coulibaly si resta attoniti. Erano tutti arcinoti ai servizi segreti che di loro sapevano indottrinamento, precedenti, appartenenze, addestramento militare. Come se non bastassero le loro fedine penali per non perderli di vista neppure per un istante, pare che il giorno dell’Epifania i servizi segreti algerini abbiano avvisato la Francia dell’imminenza di un grosso attacco terroristico.

L’Italia in questo non è certo da meno. L’intervento del ministro dell’Interno alla Camera per riferire sui fatti francesi è un capolavoro di sterilità e inefficacia. “In Italia abbiamo censiti 53 foreign fighter: conosciamo la loro identità e sappiamo dove si trovano – ha esordito Alfano, guadagnandosi una salva di sberleffi e ingiurie su twitter del tipo ‘ma che razza di coglione sei, te ne vanti anche? Non potevi farli arrestare o segnalarli ai paesi interessati. Dimettiti o sparati!’ – Abbiamo pronta una legge per contrastare meglio questi foreign fighter. Intendiamo colpire chi vuole andare a combattere nei teatri di guerra, non solo i reclutatori, vogliamo imporre un maggiore controllo di polizia su queste persone ed agire anche sul web, usato da chi si radicalizza”.

D’altronde che noi si dia la caccia ad assassini armati fino ai denti e determinati con i pannicelli caldi non è una novità. Dice infatti ancora Alfano: “Il questore, con le adeguate garanzie di controllo giurisdizionale, potrà avere la possibilità di ritirare il passaporto al sospettato, proponendolo per le misure speciali con l’obbligo di soggiorno in modo da restringerne le capacità di movimento. Per l’organizzazione e il finanziamento dei trasferimenti nei teatri di guerra introdurremo una specifica figura di reato che, colmando una oggettiva carenza, colpisce non solo i combattenti stranieri ma anche chi agisce dietro le quinte curando gli spostamenti verso l’estero”. Riguardo alla  fabbricazione di ordigni domestici andremo giù duri (!), ha aggiunto Alfano: “Faranno fede le norme che regolano il possesso dei cosiddetti ‘precursori di esplosivi o di materiale anche comune che potrebbe servire a costruire bombe artigianali”.

Un giornalista navigato come Stefano Cingolani sostiene che non è vero che questo è l’11 settembre dell’Europa. “L’Europa è stata già attaccata al cuore, come a Londra, o a Madrid nel 2004. Solo che ogni volta gli europei dimenticano, vogliono dimenticare perché sono preoccupati soltanto del loro orizzonte egoistico, perché l’Europa è da tempo il regno dell’ultimo uomo di Nietzsche, infingardo e meschino”.

Lasciando perdere Zarathustra, è vero invece che si sente ripetere di continuo che “quello di Charlie Hebdo non è l’Islam” e che anche il mondo musulmano ha levato la sua voce contro gli assalti alla rivista francese al supermercato kosher. La Comunità del mondo arabo in Italia (Comai), ha condannato “con fermezza l’attentato e un tipo di violenza contro i civili e contro chi fa il suo lavoro tutti i giorni come i giornalisti per dare informazioni alla società civile”. Ma al tempo stesso si è “molto indignata per il continuo utilizzo della religione islamica per fini personali da parte di gruppi estremisti che non c’entrano per niente con il vero Islam”.

Ma allora se l’Islam non è quello dei fratelli Kouachi che uccidono gridando “Allah Akbar”, dei cortei che festeggiano la caduta delle torri gemelle (nessuna televisione ha fatto vedere le reazioni dei paesi arabi alla notizia di Charlie Hebdo), degli spettatori che accorrano allo stadio per assistere  alla lapidazione della donna adultera o, come dice Giuliano Ferrara, della legge islamica che obbliga a punire con la morte chi si è macchiato del reato di blasfemia nei confronti del Profeta, se non è tutto questo allora che cos’è l’Islam?

La risposta ce la potrà dare solo l’Islam stesso. Quando quella comunità si ribellerà alla predicazione degli imam fondamentalisti e rinnegherà qualsiasi interpretazione ambigua della sacra scrittura, solo allora sarà possibile invertire il corso degli eventi. E’ da condividere quindi fino in fondo il paragone che Michele Serra fa tra il fondamentalismo islamico di oggi e gli anni di piombo italiani di ieri. Con tutti i distinguo storicamente necessari, è oramai accolto che da noi il salto di qualità avvenne  quando si capì che i brigatisti non erano “compagni che sbagliavano”, ma nemici della classe operaia. Mentre invece oggi i carnefici di Charlie sono considerati di fatto tutt’al più “fratelli che sbagliano”. Non sono mai diventati nemici perché tutti noi, e la comunità islamica moderata con noi, abbiamo ancora paura di affrontarli a viso aperto.

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