L’ombra della Gepi sui salvataggi industriali

Renzi_Guerra_sliderNel decreto sull’investment compact il nuovo strumento per la ristrutturazione delle imprese in difficoltà


ROMA – Dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, è entrato in vigore il cosidetto decreto “Investment Compact”  contenente disposizioni urgenti per il sistema bancario e gli investimenti. Tra i principali provvedimenti, com’è noto, c’è la nuova figura delle Pmi innovative e la modifica del meccanismo della Sabatini bis; il contestato obbligo per le banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro di trasformarsi in società per azioni e l’abolizione del c.d. voto capitario, che garantisce ad ogni azionista un voto in assemblea a prescindere dal numero delle azioni possedute; l’autorizzazione alla Sace a svolgere anche l’esercizio del credito diretto alle imprese.

Ma a far discutere è sopratutto l’istituzione di una Società per azioni per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese italiane in temporanee difficoltà patrimoniali e finanziarie, ma con buone prospettive industriali ed economiche. Qualcuno, alludendo alla Gepi, la “croce rossa delle imprese decotte” degli anni ’70, ha già detto che “questo sembra il passato che non vuole passare”. 

In effetti il compito istituzionale della Gepi fu quello di entrare nel capitale di aziende private in crisi e di agevolarne la ristrutturazione, per poi uscirne. Nelle intenzioni si sarebbe dovuto trattare di interventi esclusivamente temporanei, anche se in effetti in molti casi la Gepi si trovò gestire aziende in coma irreversibile e difficilmente risanabili. Per questo motivo nel linguaggio giornalistico la Gepi fu descritta come “lazzaretto”, “reparto di rianimazione”, “ambulatorio”, “rottamaio di aziende”. 

Il nuovo provvedimento appena approvato dal governo, fortemente voluto dal neo consigliere economico di Renzi, Andrea Guerra, in realtà deve ancora prendere forma. Bisognerà attendere i decreti attuativi per capire se si tratta veramente di un ritorno al passato o di uno strumento, pur sempre di pronto soccorso industriale, ma con caratteristiche e obiettivi orientati al superamento temporaneo della crisi.

Nel gruppo di lavoro, che negli ultimi giorni ha forzato i tempi, spicca un banchiere che rappresenta un pezzo di storia della finanza italiana: Guido Roberto Vitale, protagonista di ristrutturazioni finanziarie per conto di grandi gruppi italiani e multinazionali, aziende familiari e investitori istituzionali. 

Ovviamente la prima cosa da fare è stabilire i criteri per la selezione delle imprese “in crisi temporanea” da salvare. Ahinoi, materia su cui lavorare ce n’è in abbondanza, a cominciare dai 180 casi di crisi aziendali sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico. C’è poi l’Ilva, c’è la Sirti, c’è l’Italtel e chi più ne ha più ne metta.

Per quanto riguarda le risorse di cui disporrà la nuova società per gli interventi di salvataggio, in parte dovrebbero arrivare dalla Cdp e in parte da fondi d’investimento, banche, enti previdenziali e fondi pensione. Il progetto di Guerra prevede due tipologie di azioni. Una a maggior rischio e rendimenti più elevati e l’altra riservata agli investitori interessati a redditività pressoché certe ma ovviamente inferiori.  C’è poi, tra le tante cose che bollono in pentola, da verificare i punti di contatto tra la nuova società e il progetto per i crediti bancari in ristrutturazione avviato da Unicredit, Intesa Sanpaolo e dal fondo americano Kkr, che nell’aprile scorso hanno firmato un protocollo d’intesa insieme ad una società specializzata nei servizi finanziari, la Alvarez & Marsal. 

A parole nessuno vuole ripetere esperienze fallimentari del passato, come la Gepi o la Sofin dell’Iri, che rappresentano una sorta di enciclopedia di quanto occorre evitare, a partire dalla distribuzione a pioggia di risorse con l’unico risultato di salvaguardare l’occupazione soltanto nel breve periodo. Il pericolo è ben presente a tutti quelli che se ne stanno occupando, anche se in pratica – fa notare un acuto osservatore – “l’assalto alla diligenza è pronto a partire e le occasioni per un ricco bottino ci sono tutte”. 

La partita si giocherà anche sulla governance della nuova società che dovrà essere necessariamente inattaccabile, anche per evitare di finire sul banco degli imputati in Europa con l’accusa di violazione delle norme sugli aiuti di Stato alle aziende in difficoltà. Per questo l’operazione è stata pensata come aperta ai capitali privati, a cui tuttavia si aggiunge la richiesta della Cassa depositi e prestiti (Cdp) di avere garanzie pubbliche a fronte dei capitali che porterà in dote. Il compromesso, stando alle previsioni più accreditate, sarà trovato sulla base della garanzia dello Stato che sarà tuttavia concessa a titolo oneroso.

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