Le nuove norme contro il terrorismo

Antiterrorismo Il giudizio sull’adeguatezza delle misure di prevenzione di eventuali attentati rapportato al livello di allarme

ROMA – Al termine di un acceso confronto tra le forze politiche, seguito ai sanguinosi attentati di Parigi, il governo ha varato finalmente ieri il decreto legge sulle “misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale”. E’ un topolino quello partorito dal Consiglio dei ministri o i provvedimenti adottati sono consoni alla gravità della minaccia terroristica?

Il dibattito è aperto. Da una parte c’è il governo che ovviamente applaude alle nuove regole “molto dure e serie di contrasto al terrorismo internazionale di matrice religiosa”, come dice il ministro dell’Interno, Alfano, premurandosi subito dopo di sottolineare che le misure “sono in linea con il quadro delle normative internazionali”. Così come viene presentata con carattere di forte innovazione la nuova norma per cui prima era reato solo il reclutare terroristi, da oggi è reato anche andare a combattere all’estero con assassini e tagliagole.

Questa dovrebbe essere la sanzione naturale, non quella ridicola che puniva solo i reclutatori. Allo stesso modo, come sempre in Italia, si è dovuta attendere una legge per consentire all’autorità giudiziaria di ordinare agli internet provider di oscurare “i siti utilizzati per commettere reati con finalità di terrorismo”. Il che significa che fino a ieri nel nostro paese era consentito a chiunque fare apologia di reato e incitare alla lotta armata? C’è sempre una punta di ironia in provvedimenti che in qualsiasi altro paese sarebbero considerati di ordinaria amministrazione.

Invece noi ci trastulliamo in oziose distinzioni semantiche, come fa il sottosegretario alla sicurezza nazionale, Marco Minniti, tra l’aspetto propriamente terroristico, affidato a lupi o attori solitari, e quello militare. Se oggi l’Isis assomma in sé i due fattori, allora fino a ieri Al Qaida che cos’era, una bocciofila? Tranquilli però, il sottosegretario ci conferma che il nuovo decreto legge “copre l’intero spettro della minaccia terroristica”, mediante interventi ‘a specchio’ nei teatri di guerra (con 300 consiglieri e qualche aereo), presidio degli obiettivi sensibili, nuovi reati, coordinamento tra Servizi segreti e forze dell’ordine, possibilità di accesso dei nostri 007 nelle carceri per raccogliere informazioni.

Il tutto in una “solida e rigorosa cornice costituzionale”. E qui sta il punto. A partire dal 1974 lo Stato italiano si trovò ad affrontare contestualmente gravi fenomeni eversivi e la recrudescenza della criminalità organizzata. Fu varato allora un pacchetto di provvedimenti legislativi  di emergenza che, pur avendo per definizione carattere temporaneo ed eccezionale, non potè non comprimere alcune garanzie dei diritti di libertà dei singoli (dal fermo di polizia, alle intercettazioni telefoniche, alla durata della custodia cautelare, alle perquisizioni, alle convalide dei fermi, ecc.).

Gran parte di quella legislazione di emergenza fu abrogata una volta sconfitte definitivamente le Br. Ma il terrorismo “domestico” fu battuto grazie non solo alle capacità investigative degli organismi inquirenti, ma anche per il provvisorio allentamento di quei vincoli normativi che ne limitavano l’azione repressiva.

Oggi c’è da domandarsi qual è il livello di allarme raggiunto nel nostro Paese dalla minaccia del terrorismo internazionale. Se le autorità giudicassero che quel livello non ha superato la fase di normalità o anche di attenzione (codice giallo) allora le misure varate ieri dal governo andrebbero ancora bene. Ma se già fossimo a livello di preallarme (arancione) – come i proclami quotidiani dei jiadisti contro il centro della cristianità o le previsioni apocalittiche del Corano potrebbero far pensare – allora forse bisognerebbe ritoccare qualcosa, non tanto sul piano penale, quanto sugli strumenti di prevenzione.

Se il questore, per esempio, deve ritirare d’urgenza il passaporto ad un sospetto terrorista, ma deve aspettare la convalida del magistrato, che per concederla dovrà approfondire i motivi del provvedimento, allora proprio non ci siamo. Lo stesso si dovrebbe dire per il diritto rimesso all’autorità giudiziaria, e non ad un organo esecutivo, di “ordinare agli internet provider di inibire l’accesso ai siti utilizzati per commettere reati con finalità di terrorismo”. O i 1.800 soldati in più a presidio di siti sensibili in tutta Italia e poi dirottati nella “Terra dei fuochi” o all’Expo. O l’autorizzazione preventiva del magistrato che i nostri 007 devono chiedere per interrogare un detenuto per atti di terrorismo. E si arriva all’assurdo dell’ampliamento delle “garanzie funzionali” riconosciute agli appartenenti ai Servizi segreti, escludendo la punibilità di una serie di azioni antiterroristiche commesse dal personale delle Agenzie di intelligence per finalità istituzionali, sempre che siano state preventivamente  autorizzate dal Presidente del Consiglio dei Ministri!

E’ il caso che il governo riguardo alla sicurezza faccia pace con se stesso, partendo dall’assioma che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Si sono spesi fiumi, ma che diciamo? oceani di inchiostro sul confine labile tra diritti individuali e interessi collettivi e si conclude puntualmente che sono le singole fattispecie a tracciare quel confine. Se oggi la minaccia terroristica lo richiedesse, pur con tutte le cautele e le garanzie del caso, qualche strappo alla privacy e all’ordinamento giudiziario potrebbe, ahinoi, rendersi necessario.

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