Allo studio i decreti attuativi del Jobs act

lavoratore-tornio-sliderPrevisto il demansionamento libero da parte del datore di lavoro. La rivolta dei sindacati e dei lavoratori in rete

 

 

ROMA – Possibilità di modificare le mansioni unilateralmente da parte del datore di lavoro nei casi di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale, quando cioè sussistono ragioni tecniche-produttive oggettive, o per inidoneità sopravvenuta a ricoprire una mansione superiore. Inoltre si amplierebbe la possibilità di modificare le mansioni per via pattizia, cioè con accordi in sede sindacale o presso la direzione provinciale del lavoro, oppure con accordo certificato. Qui il “demansionamento” potrebbe avvenire per ragioni di salute, per evitare il licenziamento, per conciliare vita-lavoro, per inidoneità sopravvenuta a ricoprire una mansione superiore, e tutte le volte che lo richiederebbe espressamente il lavoratore per un proprio interesse (per esempio quando, in caso di trasferimento per riavvicinarsi a casa o alla famiglia, si accetta una mansione inferiore).

Entra nel vivo il lavorio dei tecnici di palazzo Chigi e ministero del Lavoro nell’attuazione del Jobs act, in vista del Consiglio dei ministri del 20 febbraio dove dovrebbero arrivare – per il via libera definitivo – i primi due decreti legislativi su contratto a tutele crescenti e nuova Aspi, e – per il primo esame – il Dlgs con il riordino dei contratti, le norme attuative sulle modifiche a mansioni e controlli a distanza, e il Dlgs con la nuova agenzia unica per le attività ispettive.

Sul fronte mansioni, iniziano a circolare le prime ipotesi di intervento, dopo l’accelerazione chiesta dal premier Renzi. Oggi è possibile modificare le mansioni di un lavoratore solo nei limiti dell’equivalenza professionale. Non si può demansionare, salvo ipotesi particolari ammesse dalla giurisprudenza (in sostanza per evitare un licenziamento o per ragioni di salute). La previsione è tassativa visto che si prevede la nullità di ogni patto contrario.

Seguendo la strada tracciata nella legge delega, il Governo starebbe pensando di ampliare il potere unilaterale del datore di lavoro nel modificare, anche in pejus, le mansioni. Ciò sarebbe ammesso solo in caso di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale, quando cioè sussiste una causale oggettiva: le «comprovate esigenze tecniche, organizzative, produttive» (si mutuerebbe la disciplina, oggi vigente, sul trasferimento geografico di un lavoratore). Si amplierebbe anche il campo d’azione delle modifiche per via pattizia, pur sempre assistita, ricomprendendovi anche altre ipotesi (dai motivi di salute, alle varie esigenze di conciliazione vita-lavoro).

Oggi al ministero del Lavoro è prevista una nuova riunione tecnica. Ma è chiaro che “una maggiore flessibilità per l’impresa è fondamentale – spiega Arturo Maresca (La Sapienza, Roma) – soprattutto per accompagnare percorsi di riorganizzazione che comunque garantiscono l’occupazione del lavoratore”. Sulla stessa lunghezza d’onda Pietro Ichino (Pd): “Una maggiore flessibilità funzionale interna al rapporto di lavoro, e in particolare quella relativa al mutamento di mansioni, è imposta dall’accelerazione del ritmo di obsolescenza delle tecniche applicate: in questo nuovo contesto, negare la flessibilità funzionale significherebbe esporre i lavoratori a un maggiore rischio di perdita del posto».

La misura allo studio ha fatto letteralmente infuriare i sindacati dei lavoratori. Tra gli altri Emilio Miceli, segretario generale della Filctem-Cgil: “E’ scandaloso che i decreti attuativi del Jobs act li stiano scrivendo consulenti di grandi imprese, come il prof. Arturo Maresca. E’ scandaloso che stiano studiando forme di demansionamento unilaterale da parte delle imprese, senza confrontarsi con il sindacato. “L’obiettivo del governo, a questo punto, non è solo quello di attaccare il sindacato in radice ma di pianificare – sottolinea il segretario –  la sottomissione di ciascun lavoratore alla esclusiva volontà delle imprese. Ovviamente quando Renzi dichiarava di preferire un sindacato che contratta in azienda, mentiva”.

E questo è niente rispetto a quanto si rovescia nella rete in queste prime ore.

“Mi sembra giusto!!! In fondo il dipendente è ‘dipendente’ e se il padrone decide di demansionarlo, con riduzione dello stipendio ed eventuali taglio di altre garanzie, il dipendente ringrazia ed obbedisce per la possibilità di poter continuare a lavorare. Il padrone ha finanziato per anni i partiti giusti ed ora che sono al governo raccoglie i frutti (ah, il partito dei lavoratori al potere). La lotta di classe è vinta: padrone 3-dipendente 0”.

“Mi viene il vomito, si accaniscono contro i dipendenti che al massimo e se sono molto fortunati arrivano a fine mese. Questo paese è alla deriva più completa, spero che qualcuno li fermi e lo faccia nel minor tempo possibile. Da 50 anni assistiamo ad un teatrino politico che si ripete cambiando bandiera o al massimo qualche faccia. Siamo lontani dalla Grecia ? Io non credo proprio”.

“Vogliamo far ripartire l’economia, quando l’unica possibilità è quella di dare alla gente più sicurezze ed una retribuzione congrua, visto che dall’introduzione dell’euro abbiamo perso almeno il 30% del potere d’acquisto, senza considerare chi ha perso del tutto il lavoro. Questo governo è alla frutta, mi raccomando alle prossime elezioni rivotateli ancora”.

“Il Jobs act serve per licenziare e, nella migliore delle ipotesi, per complicare la vita al lavoratore; non serve certo ad assumere né a creare nuovi posti di lavoro ma semmai a peggiorare quelli che ci sono. Sono stati comunque bravi a trovare i soldi per estendere l’Aspi a tutti i lavoratori, ampliandone pure la durata: perché li hanno trovati questi soldi, vero? oppure Renzi annuncia le cose positive (e poi non le fa) mentre non annuncia le cose negative (demansionamenti) ma poi le mette in atto, sulla pelle dei lavoratori?”.

“Ma sbaglio o c’è una sorta di accanimento verso i dipendenti? Insomma, ma davvero sono queste le misure per la crescita? A me pare un affossare diritti di gente che prende 1300 euro al mese. Renzi, non siamo in Cina (per adesso)!

E via commentando di questo passo!

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