Industria kaputt, Italia kaputt

fabbriche_chiuseContinua senza sosta la spoliazione produttiva del nostro Paese. Ansaldo Breda, Sts, Lottomatica, Sorin e un bel pezzo di Enel le ultime partenze

 

 

ROMA – Quella che fino a vent’anni fa era la quinta potenza industriale del mondo è ormai ridotta a pezzi e  in una condizione di assoluto vassallaggio rispetto alle economie mature e a quelle emergenti. Speculazione finanziaria internazionale, fondi di investimento, paesi emersi, nuovi ricchi, tutti insieme hanno fatto strame delle nostre imprese. Un tempo erano le “locuste” anglo americane che compravano le nostre aziende per farle a pezzettini e rivenderle al miglior offerente. Oggi a loro si sono aggiunti imprenditori cinesi, coreani, giapponesi, arabi, russi, indonesiani e si strappano l’uno con l’altro ciò che resta di un patrimonio di competenze, di saperi, di intraprendenza, di buon gusto, di fantasia, di tecnologia che tutto il mondo ci invidiava.

Questa è la globalizzazione, bellezza! Fregnacce! Questa è la fesseria che ci hanno raccontato, una colossale mistificazione per giustificare la più grande spoliazione industriale avvenuta nella storia, non solo italiana. Non c’è infatti paese del mondo occidentale che abbia cambiato pelle, natura, identità in così breve tempo.

Si dice, anche la Gran Bretagna in un ristretto volgere di tempo ha perso le colonie, le sue industrie più prestigiose, i suoi commerci, il suo dominio navale. Ma quella metamorfosi è stata guidata da un disegno politico, da scelte consapevoli in materia industriale, finanziaria, urbanistica, architettonica. Oggi Londra è, insieme a Wall Street, la più importante piazza finanziaria del mondo, attrae le più grandi ricchezze del pianeta, il suo prodotto interno lordo cresce ad un ritmo tre volte superiore al nostro e due volte a quello della media Ue. Anche gli Stati Uniti, che possiedono il più imponente apparato industriale del mondo, dopo aver lasciato per anni briglia sciolta alla delocalizzazione internazionale delle imprese, adesso fanno ponti d’oro a chi torna a casa.

Solo l’Italia, dopo aver sperperato migliaia di miliardi a pioggia per finanziare lo sviluppo del Mezzogiorno, la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico delle nostre imprese, non è stata capace di trattenere un laboratorio, un centro di decisione strategica, un polo industriale in grado di fare da catalizzatore delle risorse indotte sul territorio. Baciamo le mani a quel furfante di Marchionne che ci ha sfilato la Fiat sotto il naso e (per il momento) non ha fatto fare a Pomigliano la stessa fine di Termini Imerese. Oppure a Tronchetti Provera che dopo aver “asfaltato” la Telecom, ne ha fatto la preda delle major internazionali delle telecomunicazioni. Insomma, con qualche rara e benemerita eccezione, in  generale siamo diventati un supermercato dove altri espongono la merce di loro produzione e noi l’acquistiamo.

Prendete per esempio la scorsa settimana. E’ stato ufficializzata la vendita di Ansaldo Breda e del suo gioiellino tecnologico Sts, leader nel segnalamento ferroviario, al colosso delle ferrovie giapponesi, Hitachi, che l’ha spuntata nel braccio di ferro col rivale cinese Insigma. Qualcuno ha pianto o si è disperato per l’ennesima uscita dell’industria italiana da un settore ritenuto in altri paesi trainante per lo sviluppo? Macchè, tutti ad applaudire, a cominciare dal nostro ineffabile ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che non ha mai visto una fabbrica in vita sua e si permette di definire questa “una bella operazione”. L’unico commento serio è dell’ex commissario Consob, Salvatore Bragantini: “Continua a sgretolarsi il potenziale produttivo di quello che vorremmo continuasse ad essere il secondo paese manifatturiero europeo”.

Ma, attenti, siamo solo all’inizio della settimana. Nelle stesse ore segue il trionfale annuncio che la ex Lottomatica, oggi Gtech, leader italiano nel settore dei giochi su concessione dei Monopoli di Stato, si fonde con l’americana International Game Technology (Igt), cambia nome e trasferisce la sede legale a Londra. Pare che i Monopoli, cioè ancora lui il ministro dell’Economia, abbia dato la sua benedizione per l’ennesimo abbandono (anche fiscale) del nostro Paese.

A dirlo sembrerebbe incredibile ma è tutto vero: a poche ore di distanza un’altra storica società italiana, la Sorin, attiva nella produzione e commercializzazione di farmaci cardiovascolari, si “sposa” con il gruppo statunitense Cyberonics e, sulla falsariga del “modello Marchionne”, in quattro e quattr’otto trasferisce la sede nel Regno Unito, lascia Piazza Affari e si quota a Wall Strett e alla City. Altri  applausi scroscianti e balzo del titolo in una seduta di Borsa del 34,4%.

Tra le righe c’è un’altra notiziola, questa volta però relegata nelle pagine interne dei giornali: la Qatar Holding si è comprato il 100% del quartiere milanese di Porta Nuova con tutti i suoi avveniristici grattacieli.

Ma il botto finale deve ancora venire. Il Tesoro decide improvvisamente di scendere ancora nel capitale dell’Enel. Il ministro dell’Economia ha avviato il collocamento accelerato di una quota del 5,74%, per una cifra che dovrebbe aggirarsi sui 2,2 miliardi di euro, portando la propria partecipazione, a operazione conclusa, dal 31,2 al 25,5%. Si rompe così il muro del 30% che era sempre stato posto, anche nei momenti di massima ubriacatura privatistica, come limite minimo invalicabile per la proprietà pubblica di aziende strategiche per il Paese.

Anche in occasione di questo misfatto eclatante del governo Renzi, se si esclude qualche lupo solitario che ulula alla luna, nessuno ha avuto qualcosa da ridire. Così ora l’azienda di gran lunga più grande che produce e distribuisce energia elettrica in Italia teoricamente può essere scalata, o fortemente condizionata, da un blocco di sindacato di fondi d’investimento stranieri, organizzato da Assogestioni, come è già successo all’Eni.

Anche per giustificare quest’ultima scellerata operazione i malfattori spacciano la solita moneta falsa: il ricavato serve a ridurre lo smisurato debito pubblico italiano. Ma a fronte della perdita di controllo delle leve strategiche del Paese, cosa volete che siano 2,2 miliardi di euro rispetto alla montagna di 2.134 miliardi di debiti. Pur sempre una goccia in meno nel mare? Non è vero neppure questo perché il rapporto tra il debito pubblico e il Pil continua inesorabilmente a peggiorare: era a quota 120,71% con Berlusconi, sale al 127% con Monti, al 128,5% con Letta e al 132,1% l’anno scorso, con la magica coppia Renzi-Padoan al comando.

In conclusione manca ormai poco a completare la più grande spoliazione industriale della storia. Resistono capitani d’industria, questi sì coraggiosi, come Ferrero, Del Vecchio, Farinetti, Cucinelli, ma il grosso se n’è già andato dall’Italia o sta per andarsene. A chi vanno le maggiori responsabilità di questo delitto perpetrato ai danni del popolo italiano? Vanno equamente divise tra tutti, tra capitalisti senza capitali che alla prima occasione hanno venduto le aziende e hanno portato il malloppo in qualche paradiso fiscale; sono i sindacati che hanno testardamente insistito sull’unica linea della conservazione ad ogni costo del posto di lavoro; sono i banchieri che dopo aver speculato a man bassa nei girono finanziari hanno tolto l’ossigeno alle piccole e medie imprese e alle famiglie.

Ma su tutti si staglia la responsabilità di una classe politica incapace e collusa con i poteri veramente forti, cavalli di Troia che hanno aperto i cancelli per la grande abbuffata industriale. Sotto questo profilo la vicenda del sistematico smantellamento della “golden share” che lo Stato si era riservato per mantenere il controllo delle imprese nei settori strategici è esemplare.

Maggio 1994, Berlusconi da pochi giorni insediato a Palazzo Chigi vara un decreto, subito  convertito nella legge 30 luglio 1994, n. 474 (tuttora parzialmente in vigore), in cui si stabilisce che le società controllate direttamente o indirettamente dallo Stato operanti nel settore della difesa, dei trasporti, delle telecomunicazioni, delle fonti di energia e degli altri pubblici servizi, devono adottare nei loro statuti una clausola che attribuisca al ministro dell’Economia e delle finanze la titolarità di poteri speciali da esercitare di intesa con il Ministro delle attività produttive. Ci vorrà più di un anno per definire i criteri di esercizio di quei poteri speciali, ma l’individuazione delle singole imprese a cui applicarli non verrà mai.

E’ comunque una spada di damocle sulla testa dei raider che vogliono comprarsi l’Italia in saldo. Allora ci pensa Mario Monti, longa manus di quelle corporazioni, a smantellare di fatto le difese delle nostre industrie strategiche. A marzo 2012 emana un decreto legge che sterilizza il potere di veto dello Stato, lo riduce ai soli casi di acquisizioni da parte di soggetti extra-europei e complica a tal punto le procedure per il suo eventuale esercizio da renderlo praticamente inutilizzabile. La burocrazia ci mette poi del suo e il previsto regolamento di applicazione relativo al settore della sicurezza e della difesa non vedrà mai la luce.

La domanda allora è: qualora fosse accertata la fattispecie delittuosa (difficile ma non impossibile) sarebbero perseguibili gli autori davanti al Tribunale dei ministri? Ovvero, ci sono gli estremi per una class action che porti sul banco degli imputati i Monti, i Letta, i Renzi, i Padoan e i loro sodali? Prima di dire di no, vale la pena di approfondire l’argomento.

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