L’emorragia industriale non ha fine

Tronchetti_Provera_sliderAnche Pirelli se ne è andata. La timida reazione dei sindacati e l’incredibile indifferenza del governo Renzi

 

 

ROMA – Avevamo appena finito di dire la settimana scorsa che “la spoliazione produttiva del nostro Paese continua senza sosta: tra chi se n’è già andato e chi si prepara a farlo si può parlare di un esodo biblico”, e arriva a ruota la notizia della vendita della Pirelli al colosso della chimica cinese China National Chemical Corporation (ChemChina). A conclusione dell’operazione, il gruppo di Pechino (Haidian District, Beijing) lancerà un’Opa sull’intero capitale del gruppo italiano al prezzo di 15 euro per azione (totale 7,5 miliardi di euro) e, dopo un secolo, toglierà il titolo dal listino di  Borsa.

L’annuncio dell’ennesima capitolazione di una delle ultime grandi imprese rimaste in Italia è stato accolto con una generale souplesse. La Borsa esulta al solo sentire parlare di Opa; il governo non ha mai avuto visione strategica e pensa a tutt’altro che allo sviluppo e all’occupazione; Marco Tronchetti Provera, una sorta di “Re Mida” al contrario, dopo la tragica avventura di Telecom, dopo aver venduto 15 anni fa agli americani di Optical Technologies il ramo d’azienda dei cavi, il più pregiato e profittevole del gruppo, incassando oltre alla plusvalenza sul valore delle azioni, anche un premio personale di 450 miliardi di vecchie lire; dopo essere stato a lungo il secondo o il terzo manager più pagato d’Italia; ora si appresta a chiudere in bellezza la sua carriera imprenditoriale facendosi strapagare il 26% della Pirelli che gli è rimasto e assicurandosi uno stipendio principesco per altri 5 anni.

Gli unici a sollevare qualche timida osservazione sono stati i sindacati. Susanna Camusso, Cgil: “La vendita di un pezzo pregiato del nostro sistema industriale, qual è Pirelli, a capitali stranieri non sarebbe in sé un dramma se il capitalismo italiano fosse in grado di reggere le sfide della competizione internazionale e il governo avesse una politica industriale”. Carmelo Barbagallo, Uil: “Il governo non è ancora riuscito a fissare regole per evitare che, in un regime di globalizzazione, l’Italia diventi un discount”. Annamaria Furlan, Cisl: “L’operazione finanziaria che ha portato Pirelli in mano al colosso ChemChina deve significare un’opportunità per il rilancio dell’industria manifatturiera e non lo smantellamento”. Poi la stessa Furlan ha un sussulto di ragionevolezza e sottovoce aggiunge: “Certo è impressionante il silenzio del Governo, della politica e della classe dirigente di fronte a queste operazioni finanziarie che riguardano il futuro produttivo del paese”.

Come si vede, dichiarazioni del tutto superflue e scontate. Ai rappresentanti dei lavoratori forse andrebbe spiegato che una volta consegnata l’industria italiana a gruppi economici privati multinazionali, come per esempio l’Hitachi, o peggio a società statali di altri paesi, come la ChemChina, che in quanto tali rispondono a direttive e disegni politici, l’auspicio della conservazione dei posti di lavoro in Italia o delle leve strategiche delle imprese cedute è poco più di una scaramanzia. Il loro potere contrattuale infatti, già ridotto ai minimi termini dalla crisi, sparisce del tutto di fronte a scelte di razionalizzazione dei fattori produttivi che i gruppi globali effettuano oramai su scala planetaria.

Ma lo scandalo vero non è tanto nella miopia delle organizzazioni sindacali quanto nell’indifferenza con cui il governo Renzi assiste al compiersi di una tragedia epocale che cambierà per sempre natura, modello di sviluppo e identità del nostro Paese. Nessuno si spinge a dire se il dramma è causato solo dall’impreparazione di un gruppo di “sbarbatelli” alle prime armi, alle prese con problemi assai più grandi di loro, o non piuttosto da interessi forti che, attraverso “cavalli di troia” ben identificabili all’interno delle istituzioni a Roma e a Bruxelles, fanno razzie delle nostre imprese.

Quali che siano gli autori del misfatto, lo spettacolo a cui assistiamo ormai quotidianamente di fondi di private equity, di grandi gruppi multinazionali, di aziende pubbliche straniere che si strappano l’uno con l’altro i brandelli di ciò che resta di un patrimonio di competenze, di saperi, di intraprendenza, di buon gusto, di fantasia, di tecnologia che tutto il mondo ci invidiava, è veramente indecente. E dire che c’è ancora qualche buontempone, come il presidente del Consiglio che definisce una “splendida operazione” la vendita di Ansaldo Energia e Sts, o il sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, secondo cui “è positivo che l’Italia attiri investimenti dall’estero”. E’ come se la ditta fallita applaudisse ai creditori che gli stanno portando via i beni sequestrati.

Sapete qual è il commento più acuto raccolto a Palazzo Chigi? Questa è la globalizzazione, bellezza! E’ la più grossa fesseria che ci hanno raccontato, la colossale mistificazione architettata dagli advisor per gonfiare di parcelle i loro portafogli e giustificare la più grande spoliazione industriale avvenuta nella storia, non solo italiana. Quanti delitti sono stati compiuti, e quanti ancora dovranno essere compiuti in nome della “riduzione del debito sovrano”, per portare a termine il risanamento dei conti pubblici (che invece continuano inarrestabilmente a peggiorare)!

Anche gli Stati Uniti – ci racconta oggi Federico Rampini – sono attoniti di fronte all’irresponsabilità della politica italiana. In qualunque paese del mondo quando la sicurezza nazionale o i settori strategici sono a rischio “le regole di politica industriale giustificano le barriere”. L’elenco invece delle partecipazioni dello Stato cinese nei “campioni nazionali” dell’economia italiana (dall’Ansaldo a Cdp Reti, dalle partecipazioni di minoranza in Eni, Enel, Telecom, Saipem alla Pirelli) “viste da Washington sono altrettanti punti interrogativi”.

In verità anche da noi il tanto vituperato ministro del Tesoro Tremonti una normativa di protezione delle aziende strategiche l’aveva varata, ma poi sono arrivati i “bocconiani”, i consulenti di Goldman Sachs, di Morgan Stanley, di J. P. Morgan e di “golden share” non si è più parlato. Ma quella legge non è mai stata abrogata e allora c’è qualcuno che sta verificando se esistono i presupposti giuridici e politici per una class action del popolo italiano che chiami sul banco degli imputati i Monti, i Letta, i Renzi, i Grilli, i Saccomanni, i Padoan, i Moretti e quanti altri hanno ridotto sul lastrico il nostro Paese.

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