Salvate il soldato De Gennaro

De_Gennaro_sliderStrasburgo condanna l’Italia per i fatti di Genova. Il presidente di Finmeccanica al centro delle polemiche

 

 

ROMA – La gazzarra innescata dall’estrema sinistra a seguito della sentenza della Corte di Strasburgo sui fatti del G8 di Genova del 2001 ha avuto per 48 ore Gianni De Gennaro, all’epoca capo della Polizia, al centro delle contestazioni. La miccia l’aveva innescata il presidente del Pd, Matteo Orfini, rivendicando la paternità dell’accusa: “Lo dissi quando fu nominato e lo ripeto oggi dopo la sentenza. Trovo vergognoso che De Gennaro sia presidente di Finmeccanica”.

Non si è arrivati alla destituzione e neppure alle dimissioni indotte dalla “moral suasion” politico-mediatica, che è stata spesso usata in casi del genere. Ci ha pensato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a chiudere il caso: “Il governo riconferma con convinzione la propria fiducia nei vertici di Finmeccanica e segnatamente di Gianni De Gennaro, che è stato confermato ai vertici del gruppo dopo il processo per i fatti del G8 e della scuola Diaz che ha portato alla sua assoluzione. Oggi sarebbe assurdo e inutile aprire una discussione su questo, per rispetto di Finmeccanica e dei suoi azionisti. Il governo non ha alcun dubbio sulla qualità e la competenza di De Gennaro: lo diciamo in modo chiaro”. Punto e a capo. “Se vogliamo guardare al futuro- aggiunge Renzi – la cosa più logica è introdurre il prima possibile il reato di tortura. Nessuno deve avere paura dell’introduzione del reato, anzi deve avere paura che non ci sia”.

E infatti puntualmente è arrivato il voto favorevole della Camera al disegno di legge che traccheggiava da tempo da una Commissione all’altra. Il forte richiamo di Strasburgo al vuoto legislativo italiano ha fatto effetto e nel rush finale non si è andato tanto per il sottile. La nuova normativa, che deve essere ancora approvata in via definitiva da Senato, si presta infatti a più di un dubbio interpretativo per la palese indeterminatezza della fattispecie di reato e il conseguente margine eccessivo di discrezionalità del giudice chiamato ad applicarla.

L’articolo 1 della nuova versione del reato di tortura recita così: “Chiunque, con violenza o minaccia ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, di cura o di assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni”. La pena detentiva è aumentata da 5 a 12 anni se a commettere il fatto è un pubblico ufficiale e arriva a 16 anni in caso di lesioni gravi e a 30 anni in caso di morte “quale conseguenza non voluta”.

Le reazioni a caldo per il nuovo testo del reato di tortura danno idea della confusione che regna. Da una parte c’è il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani, che considera la detenzione in carcere una insopportabile “sofferenza fisica o psichica” e, alla luce della nuova legge, ne chiede tout court l’abolizione. Dall’altra c’è il segretario della Lega Matteo Salvini che considera l’attuale formula del reato di tortura “l’ennesimo regalo ai ladri e l’ennesimo attacco alle guardie. La Lega è l’unica contraria. Con questo reato basterà che qualunque delinquente appena arrestato denunci il poliziotto o il carabiniere anche per una violenza ‘psicologica’, e il poliziotto o il carabiniere passano i guai”.

In mezzo ci sono loro, poliziotti e carabinieri, obiettivamente preoccupati per l’incertezza delle norme e delle conseguenti regole d’ingaggio. “Che serva una normativa sulla tortura è indiscutibile – afferma il segretario generale del Sap (Sindacato autonomo di polizia) Gianni Tonelli – ma bisogna vedere che normativa deve essere applicata perché è chiaro che se vogliamo fare un manifesto ideologico contro le forze dell’ordine, cosa che non ha riscontro in nessun Paese del mondo, questo è un grave errore”.

Riemergono insomma sotto la spinta dell’emotività e delle strumentalizzazioni i vecchi vizi della politica italiana: il “doppiopesismo” per cui si è tetragoni nella condanna degli avversari e garantisti con gli amici; il relativismo giudiziario per cui le sentenze si rispettano quando condannano gli altri, ma non quando assolvono De Gennaro; l’ipocrisia dei tanti “ponzio pilati” che non osano accusare a viso aperto l’avversario ma insinuano subdolamente che “la responsabilità morale prescinde dalle assoluzioni e quindi (De Gennaro) valuti in piena coscienza”.

Questi giochetti politici, che pur tante vittime hanno fatto in passato, sembravano appartenere ad un’altra epoca. Ci sbagliavamo!

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