Indesit, il governo non poteva non sapere

Indesit_sliderGli americani di Whirlpool hanno razionalizzato la rete produttiva e spremuto le economie di scala dalla fusione

 

 

ROMA – Se Indro Montanelli fosse ancora vivo chissà se titolerebbe la notizia della chiusura degli stabilimenti Indesit allo stesso modo del suo film di mezzo secolo fa: “I sogni muoiono all’alba”. Forse no perché avrebbe capito fin dal giugno dello scorso anno che l’acquisto del gruppo ex Merloni da parte del colosso statunitense Whirlpool non era affatto un sogno e che la conservazione dei posti di lavoro in Italia era soltanto uno specchietto per far ingoiare la pillola amara a governo, sindacati e dipendenti.

Al momento dell’acquisizione infatti Whirlpool Europe aveva 14.000 dipendenti, una presenza in 32 paesi europei e stabilimenti produttivi in sette paesi. In Italia le fabbriche erano sei: tre a Cassinetta (Varese), una a Siena, una a Trento e una a Napoli. Inoltre, a Cassinetta c’erano e ci sono il centro di sviluppo prodotto per il freddo e la cottura e un centro di ricerca particolarmente avanzato che promuove lo sviluppo di concept innovativi e progetti pilota legati al mondo della cottura.

Con Indesit dunque entrano nel gruppo altri 16.000 dipendenti e tre stabilimenti in Italia (Fabriano, Comunanza e Caserta), oltre a quelli in Polonia, Regno Unito, Russia e Turchia. Ora ci si domanda: chi mai poteva credere che non si sarebbe proceduto ad una razionalizzazione della rete produttiva italiana, alla cancellazione di tutte le duplicazioni, al taglio degli sprechi, alla concentrazione dei rami d’azienda e dei centri di ricerca, insomma a tutte quelle economie di scala che l’integrazione dei due gruppi industriali avrebbe offerto. Chi definì quella “un’operazione fantastica” per l’Italia o era un grullo o in totale mala fede.

E infatti è così avvenuto puntualmente. A sei mesi di distanza dall’acquisizione di Indesit, Whirlpool presenta il suo piano industriale. Ci sono 500 milioni di nuovi investimenti in Italia e  una crescita della produzione “di mezzo milione di pezzi” l’anno, da 5,6 a 6,2 milioni, anche riportando in Italia un milione di elettrodomestici oggi prodotti in Cina e in Turchia. Ma in quel piano ci sono lacrime e sangue: chiudono la fabbrica di Carinaro (Caserta) ed il centro di ricerca di None (Torino), e gli esuberi salgono a 1.335, quasi 400 in più rispetto ai 940 del piano della vecchia Indesit su cui si era faticosamente raggiunto un accordo con i sindacati al tavolo con il Governo.

La reazione dei sindacati non poteva che essere unanime e indignata. Dalla Uilm alla Fim-Cisl ed alla Fiom-Cgil c’è la mobilitazione generale al grido di “Questa è l’operazione fantastica di cui parlava Renzi?”. A Palazzo Chigi si fa mostra di una grande sorpresa sottolineando come questa decisione è “un fulmine a ciel sereno” e occorre attivarsi subito “per affrontare la situazione nelle prossime ore”. Il povero ministro per lo sviluppo economico, Federica Giudi, ripete lo stesso refrain: “Il Governo farà di tutto per salvaguardare i posti di lavoro del gruppo Whirlpool in Italia” e ha subito chiesto e ottenuto l’impegno dell’azienda, legato al vecchio piano di riassetto Indesit, “che escludeva qualsiasi licenziamento unilaterale fino al 2018”.

Ma impegni di che? L’ad di Whirpool per l’Italia, Davide Castiglioni, ha almeno il pregio di essere chiaro e offre una “piena disponibilità al confronto su come minimizzare l’impatto. Ma il piano presentato è il migliore che possiamo mettere in campo. Abbiamo guardato tutti i piani possibili: è il migliore per garantire continuità e sostenibilità in una strategia di lungo termine”. La chiusura di Carinaro (che porterà ad un tavolo di confronto specifico sulla Campania) “è la più dolorosa del piano” ma è salvo lo stabilimento di Napoli: “Non era una scelta scontata – dice Castiglioni – Ci siamo mossi in modo da non lasciare nessuna delle Regioni in cui Whirlpool o Indesit sono presenti”.

Per le stesse ragioni oggettive tra qualche settimana o tutt’al più qualche mese, su Palazzo Chigi (dove ne frattempo è atterrato Cladio De Vincenti, il negoziatore per eccellenza delle cause perse) ci saranno ancora “fulmini a ciel sereno” e nuovamente si mostreranno i muscoli ad interlocutori che rispondono ad altri padroni (e nel caso, per esempio, della China Chemical, addirittura ad altri Stati) e sono lontani anni luce dalle nostre regole e dalle nostre consuetudini.

Se sarà per prima Hitachi a presentare il piano di integrazione con le new entry Ansaldo Breda e Sts, o sarà invece la China Capital fresca acquirente di Pirelli, è cosa secondaria. Ciò che conta è che quando quei piani vedranno la luce altri stabilimenti chiuderanno e tanti nostri concittadini andranno ad ingrossare le fila di cassintegrati. In attesa di quella nuova mazzata – tanto per dirne una – la “testa pensante” dell’azienda ex Finmeccanica è già stata spostata a Londra e, nonostante le rassicurazioni di alcuni mesi fa, il marchio “Ansaldo Breda” verrà sostituito con quello di Hitachi, “un marchio globale”.

D’altronde solo Renzi può far finta di cadere dal pero. E’ sempre successo così e sempre succederà ogni qual volta gruppi multinazionali acquisteranno aziende italiane in difficoltà e le integreranno nella loro dimensione globale, dove i fattori della produzione si allocano sulla base di rigidi criteri di convenienza economica e di opportunità logistica. Come si fa a fingere di non sapere! Solo per restare agli ultimi casi, la stessa cosa è successa in Sardegna con l’Alcoa, a Pordenone con l’Electrolux, a Terni con l’Ast e se negli ultimi due casi si è riusciti a tamponare l’emorragia di licenziamenti è stato solo per la lotta durissima dei lavoratori e per il “regalone” della decontribuzione dei contratti di solidarietà.

Anche se a digiuno totale di cultura ed esperienza industriale, questi precedenti avrebbero dovuto almeno scongiurare gli applausi dei nostri governanti per ogni azienda che parte e che trasferisce la propria sede legale a Londra e quella fiscale in Olanda. I “nipotini” di Marchionne si sa che godono di grande considerazione a Palazzo Chigi. Speriamo però che a breve quando il fenomeno si ripeterà, dopo il danno subito dall’economia e dalle famiglie italiane, ci venga almeno risparmiata la beffa del “fulmine a ciel sereno”.

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