Difesa, un libro tutto bianco

pinotti_sliderIl ministro della Difesa presenta un documento privo di disposizioni operative e di decisioni strategiche

 

 

ROMA – Il Consiglio supremo di Difesa ha approvato il tanto atteso documento di politica militare per i prossimi 15 anni che sposta l’attenzione principale dell’Italia da est, verso cui era puntato dalla fine della seconda guerra mondiale, a sud in direzione Mediterraneo. Gli altri obiettivi di cui si è discusso al Quirinale sono una legge pluriennale per gli investimenti nel settore degli armamenti e il ringiovanimento delle nostre forze armate.

Fermo restando cioè il numero di 170.000 militari previsti per quest’anno dalla cosiddetta Legge Di Paola del 2012, l’obiettivo resta quello di ridurre l’età media dei militari attraverso l’aumento del personale a ferma breve rispetto a quello in servizio permanente, che oggi rappresenta oltre l’87% della truppa.

Definire questi risultati un “topolino” dopo due anni di analisi, studi, indiscrezioni, attese, non è affatto un’eresia. L’idea originaria infatti era stata dell’ex Ministro Mauro che, dopo l’entrata in vigore della Legge 244 del 2012 e alla luce del nuovo quadro geopolitico internazionale, chiedeva una profonda riflessione sul “modello Difesa” ai fini di una sua possibile riforma.

Si capiscono dunque le aspettative che l’annunciato Libro Bianco aveva creato. E invece nelle 67 pagine uscite dal Ministero di via XX Settembre a cura del ministro Roberta Pinotti non c’è nulla o quasi di quello che ci si era impegnati a fare. Invece di un nuovo modello organico per il sistema di difesa nazionale si trovano nel Libro una serie di cose già dette o di considerazioni più che scontate che non superano mai la soglia d’ingresso dell’operatività.

Limitarsi a dire, per esempio, che “adeguati livelli di preparazione e di prontezza delle forze armate devono assicurare che la Difesa abbia disponibili idonee capacità militari per svolgere, quando necessario, le operazioni deliberate dal Governo”, senza specificare quali sono e quali dovranno essere nel futuro prossimo quei livelli di preparazione e di prontezza d’impiego equivale ad aria fritta. Così come affermare che “progettazione, sviluppo e produzione delle tecnologie pertinenti alle competenze sovrane saranno mantenute sul territorio nazionale, indipendentemente dagli assetti proprietari”, significa far finta di non capire che, una volta cedute le nostre aziende strategiche a gruppi privati o addirittura ad aziende di Stato straniere, gli assetti proprietari conteranno eccome!

Dal Libro Bianco emerge più che altro la mancanza pressoché totale di un input politico e strategico, rimettendo le scelte decisive ad una costituenda Commissione tecnica che dovrà definire la stesura dei veri contenuti della riforma nel tempo massimo (?) di un anno. E’ fin troppo facile per Toni De Marchi ricordare sul ‘Fatto Quotidiano’ il vecchio adagio burocratico secondo cui “se non vuoi decidere costituisci una commissione”.

C’è stata evidentemente una eterogenesi dei fini, direbbe Giambattista Vico. Se infatti il mandato ricevuto dagli esperti era quello di dettare le linee guida del progetto di riforma del sistema Difesa, e poi concludere – come fa il Consiglio Supremo di Difesa – che “esprime il proprio incoraggiamento a valutare con particolare attenzione il ‘modello operativo’ (struttura, capacità e modalità di impiego dello strumento militare), che potrebbe dover essere profondamente e rapidamente innovato rispetto a quello attuale, in ragione della duplice esigenza di far fronte con efficacia alle nuove minacce e di rispettare i vincoli di bilancio”, beh allora c’è veramente qualcosa che non ha funzionato nella delega.

Lo stesso Sindacato dei lavoratori civili della Difesa esprime tutta la propria delusione per il nulla che avanza nel Libro e che rinvia l’obiettivo della riforma ad una “complessa opera di riorganizzazione”  (un’altra ancora? – si domanda la Flc – e di quella attualmente in fase iniziale di attuazione ex DD. LLgs. 7 e 8/2014 che ne facciamo?), a sua volta affidata esclusivamente agli alti gradi militari. “In conclusione, la primissima impressione è che il Libro Bianco sia tale proprio perché vuoto di indicazioni e che di fatto si sia deciso di non decidere!”.

Se la Pinotti, contaminata dal morbo della megalomania renziana, pensava di aver impresso una svolta epocale al nostro sistema di difesa si sarà già ricreduta. Forse oggi la preoccupazione è che il Libro Bianco non si trasformi in un boomerang.

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