Una “bad bank” per soccorrere le banks

Unicredit_sede_piazza_CordusioLo Stato si appresta a correre nuovamente in aiuto del sistema bancario gravato da oltre 300 miliardi di prestiti

 

 

ROMA – Ancora una volta gli italiani potrebbero essere chiamati a correre in aiuto delle banche. Non sono bastati i guai finanziari creati in tutto il mondo dalle politiche dissennate degli istituti di credito americani prima del 2008, i sacrifici sopportati a seguito della più profonda recessione mondiale dopo il 1929, i miliardi profusi per evitare il crollo di istituti “too big too fail”, i 60 miliardi di titoli pubblici acquistati ogni mese attraverso il QE (quantitative easing) della Banca centrale europea.

Oggi siamo da capo a dodici. Secondo Bankitalia, “alla fine del 2014 la consistenza di prestiti deteriorati per il totale delle banche era pari al 17,7 per cento dei prestiti (10 per le sole sofferenze); per i primi cinque gruppi era del 18,5 (10,7 per le sofferenze). Sono pertanto allo studio iniziative per ridurre lo stock di partite deteriorate delle banche che costituisce un freno alla capacità di offrire nuovi prestiti”.

Nonostante quindi i maggiori istituti di credito presentino ancora nelle ultime relazioni trimestrali utili consistenti e siano inondati di liquidità attraverso le cosidette operazioni Tltro e il QE della Banca centrale europea, teoricamente legati al finanziamento dell’economia reale (tra settembre e dicembre scorso Intesa Sanpaolo ha ricevuto “in dono” dalla Bce 12,5 miliardi, Unicredit 10, Montepaschi 6,3), il “ricatto” continua ad essere sempre lo stesso: “Liberando le banche dai crediti deteriorati, i cosidetti non performing loans, sarà più agevole per loro fare più prestiti e quindi rilanciare l’economia”.  E’ esattamente lo stesso discorso fatto due mesi fa all’avvio dell’operazione “quantitative easing”: “I bilanci bancari e quelli degli altri operatori finanzari, liberati dall’ingombro dei titoli pubblici acquistati in precedenza, avranno finalmente la disponibilità per nuovo credito e nuovi investimenti”.

Il problema quindi non è quello di aiutare finanziariamente le imprese in difficoltà a non chiudere i battenti, lasciando per strada i dipendenti e i prestiti insoluti, né quello di rilanciare i consumi e gli investimenti attraverso politiche fiscali adeguate. No, tutti gli sforzi sono concentrati nel sollevare le banche dalle perdite che in molti casi hanno contribuito loro stesse a creare. Come al solito, non si interviene mai sulle cause della crisi, ma sempre e solo sugli effetti.

La verità è che la soluzione del problema dei crediti andati a male è sostenuta dalle lobby che contano veramente in questo Paese. Un vasto entente cordial lega infatti su questa questione il governo, le agenzie statali di regolazione, le banche e i grandi fondi di investimento internazionali. Tanto da consentire al rappresentante degli istituti di credito, il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, di alzare la voce e rimproverare le autorità: “Per la bad bank italiana si è perso tempo utile e prezioso quando sarebbe stato molto facile negli anni passati costituirla e gestirla. Mentre adesso, con la supervisione della Bce, diventa tutto più difficile”.

E il ministro dell’Economia, anziché richiamarlo all’ordine, gli fa il controcanto: “Non saremo completamente fuori dalla crisi finanziaria finché il problema delle sofferenze bancarie non sarà risolto. Il governo sta attivamente operando per risolvere questo problema, in un contesto in cui i vincoli sono diventati più acuti che in passato. Con Bruxelles – ha spiegato Padoan – non c’è uno scontro, ma una diversità di vedute con la direzione generale della Concorrenza sulla presenza o meno di aiuti di Stato, ma sono fiducioso che troveremo un accordo”.

Già, ma come procedere in un sentiero stretto da un lato dalla normativa comunitaria antitrust e dall’altro dallo scoglio del nostro debito pubblico? No problem, la Banca d’Italia ha pensato a tutto. “L’istituzione di una società specializzata per l’acquisto di crediti deteriorati (Amc, Asset management company) e la conseguente riduzione del peso delle partite anomale nei bilanci delle banche andrebbe limitato alle sofferenze ed escludere le altre categorie di crediti deteriorati (incagli e ristrutturati), per consentire alle banche di continuare a sostenere la clientela che versa in situazioni di difficoltà temporanea. Al fine di evitare un eccessivo aggravio operativo per l’Amc, gli acquisti potrebbero escludere le posizioni di valore inferiore a una certa soglia e riguardare i soli prestiti alle imprese che rappresentano la componente principale dei crediti deteriorati. Il programma di acquisti ammonterebbe a circa 100 miliardi di euro”.

Poi che succede dei crediti così acquistati? Qui interviene Pantalone che concede la propria (cioè la nostra) garanzia statale a titoli che non avrebbero alcun valore. Allora diviene un gioco da ragazzi per l’Amc impacchettarli in titoli da smerciare facilmente ad investitori istituzionali o organismi finanziari, a cominciare dalla Bce (e quindi in buona sostanza dalla stessa Banca d’Italia), sempre disponibili all’acquisto di titoli pubblici. Se provate a chiedere a Padoan di quanti miliardi sarà la garanzia dello Stato, vi sentirete rispondere che “il punto non è questo, è il meccanismo che conta, non la dimensione”.

E no, caro ministro, il problema sta proprio lì, in quanti soldi lo Stato dovrebbe garantire per ridurre a zero il rischio d’impresa dei nostri istituti bancari. Alla favoletta che così aumenterebbero considerevolmente le risorse disponibili per i finanziamenti alle imprese non ci crede più nessuno, anche perché nel frattempo non è l’offerta di credito che è venuta a mancare, bensì la domanda da parte del settore industriale massacrato dalla crisi.

Ma questi sono dettagli insignificanti. Abi, Mef; Ue, Bankitalia, sono tutti impegnati a sciogliere gli ultimi nodi dell’operazione, come quello della governance della società di salvataggio. Una delle ipotesi a cui si sta lavorando prevede l’intervento del Ministero dell’Economia per 600 mila euro, con una successiva ricapitalizzazione da parte di istituti di credito, Cassa depositi e prestiti e Bankitalia, fino ad un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro. A quel punto, sarebbe possibile finanziare l’acquisto delle sofferenze verso le imprese, anche attraverso l’emissione di titoli obbligazionari garantiti dallo Stato.

Non resta che attendere qualche giorno (come vuole Patuelli) o al massimo qualche settimana per sapere che ne pensano a Bruxelles dei marchingegni escogitati. Ma non c’è nulla da temere, i tecnici di via XX Settembre e di via Nazionale quando si tratta di proteggere le banche sono bravissimi. Sono un po’ meno bravi quando ci sono da salvare posti di lavoro.

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