I trionfi elettorali degli euroscettici

Podemos_sliderRenzi continua a fare il pesce in barile tra opposte posizioni schierate contro le politiche di austerity

 

 

ROMA – Matteo Renzi è straordinario, ha la battuta pronta per chiunque e per il contrario di chiunque. Aveva appena finito di congratularsi qualche giorno fa con il conservatore David Cameron “on ‘incredible’ result. Agreed to work closely on EU”, che si ritrova a fare i conti con una situazione rovesciata: la sorprendente affermazione dell’ultra sinistra di Podemos nelle elezioni amministrative spagnole.

Niente paura, a Pablo Iglesias manda a dire: “Il vento della Grecia, il vento della Spagna, il vento della Polonia non soffiano nella stessa direzione, soffiano in direzione opposta, ma tutti questi venti dicono che l’Europa deve cambiare e io spero che l’Italia potrà portare forte la voce per il cambiamento dell’Europa nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”. Poi forse, in un prossimo tweet ci dirà in che direzione spira il vento dell’Italia perché nessun ‘metereologo’ finora l’ha capito.

Eppure la tendenza non potrebbe essere più chiara. Tra Tsipras e Iglesias da un lato e Cameron e Duda dall’altro, il bersaglio è uno solo: la politica di austerity dettata dalla Germania e assunta dogmaticamente, contro tutte le evidenze, dall’Unione Europea. Qualcuno forse pensava che le insormontabili difficoltà incontrate dalla Grecia nel negoziato a Bruxelles avrebbero portato gli euroscettici a più miti consigli. Il risultato è esattamente all’opposto.

Mentre si profila sempre più vicino il fantasma del default di Atene e la sua uscita dall’euro, nessuno in campo socialista, né Hollande né Renzi, muove concretamente un dito per cercare una soluzione politica all’impasse greco. Tsipras è abbandonato a se stesso, checché ne dica il nostro premier, e ora rischia di rimanere schiacciato tra i burocrati intransigenti di Bruxelles e l’ala dura del suo partito che gli sta col fiato sul collo e non gli lascia spazio di manovra.

Dopo aver incantato gli elettori con la promessa di “cambiare verso” all’Ue, sopravvissuto miracolosamente al fallimento del semestre di presidenza italiana, sul punto di veder saltare l’unico risultato delle quote di assegnazione degli immigrati tra tutti i paesi membri, Renzi prova a cavalcare il vento della contestazione che viene dalle ultime prove elettorali europee.

Ma il tempo dei giochetti è scaduto e lo spazio politico per le mediazioni definitivamente chiuso. A decretare la fine della partita è stato Mario Draghi, l’unico vero arbitro delle sorti comunitarie. Parlando l’altro giorno in Portogallo, il governatore della Bce ha spazzato via in un colpo solo tutte le illusioni e le attese di un cambiamento di clima. “Le riforme strutturali devono diventare parte del dna comune dell’area euro – ha ammonito Draghi – non più lasciate alla discrezionalità nazionale, ma portate al livello di decisioni europee”. Se qualcuno nutriva dunque ancora speranze sui residui di sovranità delle nazioni, il presidente della Bce le ha definitivamente vaporizzate: “C’è la necessità di creare una governance a livello europeo anche per le riforme nazionali, così come si fa attualmente per il coordinamento e il controllo delle politiche di stabilità di bilancio”.

Per i giochi di prestigio di Matteo Renzi, come si vede, non è più tempo. Cameron, Tsipras, Iglesias, Dada lo dimostrano.

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