Dopo Marino, nel Pd è il diluvio

Sede_Pd_sliderLa drammatica e farsesca conclusione della consiliatura apre scenari insoliti negli schieramenti politici

 

 

ROMA – Forse il re di Francia Luigi XV nel pronunciare la famosa frase après moi le déluge non si rese neppure conto del valore profetico delle sue parole. E invece pochi anni dopo la sua morte (1774) la Rivoluzione francese non solo avrebbe spazzato via l’ancien régime, ma avrebbe di fatto segnato la fine di un’epoca e il passaggio alla storia contemporanea.

Ora, non sappiamo se la fine ingloriosa di Ignazio Marino coinciderà con il cambiamento radicale del paradigma politico romano. Di certo nulla potrà essere come prima, non solo nel partito di Renzi, primo imputato nel disastro ambientale causato del “marziano” sbarcato in Campidoglio. Anche le altre tradizionali formazioni, devastate a loro volta da scandali, defezioni e crepuscoli politici, non se la passano per niente bene.

Ai nastri di partenza della campagna elettorale di primavera, per adesso ci sono solo due concorrenti, il Movimento Cinque Stelle e Alfio Marchini. I primi, nonostante rivendichino in pubblico la guerra condotta senza quartiere a Marino, in privato pensano alla sua canonizzazione perché benefattore più grande per le loro fortune politiche non poteva esserci. La città, asfaltata dalla criminalità e dall’ottusa gestione amministrativa, pare servita su un piatto d’argento ai giovanotti di Grillo e Casalegno, dalle idee ancora un po’ confuse ma dalle mani pulite.

A sua volta “Arfio”, chiuso nella turris della sua lista civica incontaminata, aspetta che gli altri del centrodestra vengano a lui. Silvio Berlusconi ha già comunicato il suo endorsement, Andrea Augello si stacca da Ncd e annuncia la sua adesione, mentre la Lega, ancora incerta sul da farsi, vorrebbe trattare la rinuncia ad un proprio candidato. L’unica a cui Marchini proprio non va giù è Giorgia Meloni, pronta a sacrificarsi solo sull’altare di un accordo con Salvini.

Matteo Renzi dunque è alle prese con uno dei problemi più spinosi della sua segreteria. Un partito, quello romano, allo sbando totale, compromesso fino al collo con la corruzione di suoi uomini di punta, coinvolto in prima persona nella scelta stravagante e nel sostegno prolungato ad uno dei peggiori sindaci della Capitale, da ricostruire da cima a fondo in pochissimo tempo. Lui per la verità l’esperienza l’avrebbe troncata già sei mesi fa e si era fatto convincere a concedere una proroga solo per le insistenze dell’establishment romano e di Matteo Orfini in particolare che si era fatto garante del “salto di qualità” dell’amministrazione capitolina.

Il salto in effetti c’è stato, ma all’indietro e oggi trovare un candidato presentabile alle prossime elezioni comunali diventa un rompicapo non da poco. A caldo, alcuni collaboratori del premier avevano puntato per il dopo-Marino su un/una candidata di estrazione governativa. E infatti erano stati avviati cauti sondaggi nel confronti della ministra per la Pubblica Amministrazione Marianna Madia e della titolare del dicastero della Sanità, Beatrice Lorenzin: entrambi giovani, romane, in ottimi rapporti col capo e, soprattutto la Lorenzin, anche con il Vaticano in quanto proveniente dalla “parte buona di Ncd”.

Ma poi è arrivato il diktat: il governo non si tocca. E allora bisogna ricominciare daccapo a cercare quello/a che molti pronosticano come la “vittima sacrificale” di questa tornata elettorale. Infatti la concorrenza del M5s a Roma fa veramente paura: secondo i sondaggi, il movimento di Grillo starebbe intorno al 35 per cento, mentre il Pd non supererebbe il 20 per cento. Si spiega così perchè nel Pd e nei partiti alleati non c’è la fila per candidarsi alla guida del Campidoglio.

Alla fine comunque il coniglio dal cilindro lo tirerà fuori Renzi. Secondo alcuni esegeti, non autorizzati, del pensiero renziano, ad oggi la ricerca si orienterebbe in due direzioni. Da un lato il candidato interno al partito, votato sì alla sconfitta ma non alla disfatta, non coinvolto in alcuna camarilla, dotato di sufficiente dignità e appeal da preparare il terreno per una lenta ma non impossibile “remuntada”. Per esempio, un tipo come Francesco Boccia potrebbe rispondere a diversi dei requisiti richiesti.

Dall’altro lato, conoscendo l’idiosincrasia del presidente del Consiglio per le sconfitte, se volesse sfidare fino in fondo la sorte gli servirebbe un candidato di sicura fascinazione popolare, dotato al tempo stesso di grande temperamento, di coraggio, di spavalderia e, perché no, di quella virtù che Napoleone pretendeva dai suoi ufficiali: la fortuna. Un personaggio come Giovanni Malagò risponderebbe a questi requisiti? Sicuramente sì, ma in questo caso il problema si porrebbe in termini rovesciati: Renzi probabilmente lo sceglierebbe, ma Malagò sicuramente rifiuterebbe l’offerta. A meno che…

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