“Dimissionato” il vertice di Ferrovie

frecciarossa-sliderIl 40% del gruppo andrà in Borsa. La rete ferroviaria resta pubblica. I nomi dei possibili successori al vertice

 

ROMA – Ormai il metodo è collaudato: o ti dimetti spontaneamente, o ti “dimetto” io creandoti il vuoto intorno. I modi con cui Palazzo Chigi gestisce lo “spoil system” negli enti pubblici saranno un po’ brutali, ma funzionano. Hanno funzionato alla grande con la Cassa depositi e prestiti, dove in un colpo solo Claudio Costamagna e Fabio Gallia hanno preso il posto di Franco Bassanini (che qualche resistenza iniziale l’aveva tentata) e Giovanni Gorno Tempini. Hanno funzionato con Ignazio Marino costretto a sloggiare dal Campidoglio dopo che i consiglieri comunali di maggioranza se n’erano andati. Hanno funzionato stamattina con le Ferrovie dello Stato dove l’intero consiglio di amministrazione ha rassegnato le dimissioni, costringendo il presidente Messori e l’amministratore delegato Elia a fare gli scatoloni.

Per la verità l’ad del gruppo aveva tentato all’ultimo momento una difesa disperata della poltrona facendo una dichiarazione pubblica di obbedienza al governo: “La competenza delle decisioni è del Ministero azionista, Economia e Finanze, dove dall’anno scorso un gruppo di lavoro si occupa della privatizzazione e opera con i suoi advisor legali e finanziari insieme a noi su questo – ha sottolineato Michele Elia – Le scelte sono tutte ed esclusivamente dell’azionista, noi non possiamo che aderire alle scelte che verranno da loro”.

Ma la sua sorte era ormai segnata sia perché legata a filo doppio a quella del presidente-rivale, sia perché era stato lui a difendere fino all’ultimo l’unicità del gruppo da privatizzare, smentita dal decreto governativo. Lunedì scorso infatti il Consiglio dei ministri ha rotto gli indugi e approvato  in via preliminare “un decreto del Presidente del Consiglio, predisposto dal Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministero dello sviluppo economico, relativo alla cessione di non oltre il 40% di quote della società Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A.”.

Subito dopo in conferenza stampa il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, si è affrettato a dichiarare che “è stata avviata la procedura che tiene presente la complessità della gestione delle Fs e la necessità di aumentare gli obblighi di servizio pubblico”, senza soffermarsi troppo sulla compatibilità dell’incremento del servizio pubblico con la privatizzazione del servizio di trasporto merci e passeggeri. Nel comunicato stampa si precisa che “l’alienazione di Ferrovie non potrà andare oltre il 40%, destinato ad un azionariato diffuso e ad investitori istituzionali”. 

A condurre in Borsa le Fs sarà dunque un nuovo gruppo dirigente scelto dall’assemblea degli azionisti (cioè dal ministro dell’Economia, socio unico) “che sarà convocata al più presto per la nomina del nuovo consiglio”. Si chiude così la lunga “battaglia di piazza della Croce Rossa” che ha visto contrapposti Elia e Messori sempre divisi sulle modalità della privatizzazione, con il primo favorevole alla vendita in blocco di una parte del gruppo e il presidente convinto invece che mettere sul mercato il 40% senza prima scorporare la rete dei binari, gli immobili e alcune controllate si tradurrebbe in una vera e propria “svendita“. Lo Stato, secondo Messori, rischia di incassare non più di 4 miliardi conto i 10-11 miliardi di introito potenziale. 

In verità la diversità di opinioni si è registrata anche all’interno del governo. Da un lato infatti il ministero dell’Economia retto da Pier Carlo Padoan ha la stessa impostazione dell’ex ad Elia, cioè il pacchetto intero. Mentre dalle parole di Delrio si evince che il dicastero dei Trasporti condividerebbe più la linea di Messori, cioè prima scorporo della rete e poi cessione dei treni e dei servizi.

Dare dunque per scontato che la “battaglia” si sia chiusa è vero fino a un certo punto. I due antagonisti sono usciti di scena, ma il decreto deve passare ora in Parlamento per poi tornare in cdm, e qui molte cose restano ancora da stabilire. Il Dpcm fissa dei paletti, tra cui  la proprietà pubblica dell’infrastruttura ferroviaria e l’assoluta indipendenza del gestore della rete (“anche un’indipendenza societaria rafforzata”, specifica Delrio, creando qualche dubbio sul significato di queste parole). Ma resta ancora da stabilire la cosa più importante, ovvero se sarà la sola Trenitalia ad andare in Borsa o Trenitalia più una quota di Rfi scorporata.

Mentre dunque il dibattito sulla destinazione finale di un servizio pubblico essenziale per il Paese, come al solito, langue, lasciando il boccino in mano soltanto a Palazzo Chigi, infuriano invece i gossip e le indiscrezioni su chi andrà ad occupare nei prossimi mesi le poltrone di vertice del gruppo. Come già accaduto per Cdp quando i bookmakers non accettavano più scommesse sull’accoppiata Costamagna-Gallia perché certi della nomina, così oggi dalla Presidenza del consiglio filtra la voce che a sostituire Elia alla guida del gruppo FS sarà quasi certamente Renato Mazzoncini, attuale amministratore delegato di Busitalia, una controllata di Ferrovie.

Chi è costui ce lo chiarisce il curriculum già in distribuzione. In poco più di tre anni il giovane manager passa nel 2012 dalla guida di Autoguidovie (un’azienda del gruppo Ranza con 700 dipendenti e 450 autobus in Lombardia ed Emilia-Romagna) alla joint venture tra Fs e lo stesso  gruppo Ranza per lo sviluppo delle rispettive società controllate, Busitalia (750 autobus in Toscana e Veneto) e Autoguidovie. 

Ma il colpo di fortuna per Mazzoncini arriva a fine 2012 quando entra in contatto con Matteo Renzi, all’epoca sindaco di Firenze, per la privatizzazione dell’Ataf, l’azienda tranviaria fiorentina. E’ un’operazione sui generis — seguita per il Comune di Firenze dall’allora avvocato Maria Elena Boschi — perché l’Ataf passa da un Comune alle Ferrovie controllate dallo Stato. Il seme della stima e dell’amicizia con il “giglio magico” però è gettato e potrebbe dare i suoi frutti a breve.

Altre indiscrezioni tuttavia, attendibili ancorchè non confermate, sostengono che il nuovo  amministratore delegato del gruppo FS potrebbe essere Luigi Gubitosi, ormai ex direttore generale della Rai. Se ne potrebbe parlare già in uno dei prossimi Consigli dei ministri dedicato alle nomine. A Romacapitale.net risulta invece che la destinazione più probabile per Gubitosi potrebbe essere quella lasciata libera da Messori alla presidenza di FS.

Al di là tuttavia dei rumors sulla futura governance del gruppo parzialmente privatizzato, si cominciano a cogliere le prime reazioni critiche al provvedimento. Il segretario generale della Uiltrasporti, Claudio Tarlazzi, ha dichiarato che “le dimissioni del cda del Gruppo Fs, quale conseguenza della diversità di vedute con il Governo rispetto alla privatizzazione del Gruppo, evidenziano quanto sia sbagliato affrontare una scelta così complessa e strategica per il Paese con mere logiche di cassa. Questa logica di svendere asset tanto strategici per l’Italia con diktat privi di buon senso – conclude Tarlazzi – non faranno che produrre danni ad una economia ancora troppo debole e mettono in pericolo le prospettive occupazionali”.

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