L’Eni e la sua drastica cura dimagrante

eni-palazzo-eur-SLIDERIl gruppo mette sul mercato il ramo d’azienda della chimica verde. Unico interlocutore un fondo d’investimento alle Cayman

 

ROMA – Ora lo stato di necessità è dichiarato: l’Unione Europea ci concede maggiore flessibilità sui conti a condizione che cominciamo a ridurre sensibilmente il nostro debito pubblico. E siccome la spending review dopo innumerevoli tentativi è stata dichiarata sostanzialmente fallita, lo Stato è costretto a vendere i gioielli di famiglia. In verità ha cominciato a (s)vendere all’incanto le sue partecipazioni industriali da oltre vent’anni ed ora, sotto la pressione della Ue, non ha più scuse e tempo per sottrarsi alla spoliazione.

Purtroppo nel cassetto è rimasto ben poco. Se quest’anno volessimo rispettare le quote imposteci da Bruxelles dovremmo privatizzare qualcosa come 8 miliardi di beni e il conto appare astronomico. Nel piatto infatti per ora di pronto ci sarebbe solo l’Enav, l’ente di controllo del volo, che per dimensioni e condizioni di mercati finanziari depressi potrebbe fruttare allo Stato tutt’al più qualche centinaio di milioni.

Ci sarebbe, è vero, il gruppo Ferrovie dello Stato ma deve ancora mettere a posto diverse cose prima di rendersi appetibile per i mercati. Anche se l’ultimo Consiglio dei ministri, dopo l’acquisizione dei pareri delle Commissioni parlamentari competenti, ha approvato la definizione dei criteri di privatizzazione e delle modalità di dismissione della partecipazione detenuta dal ministero dell’Economia e delle finanze nel capitale di Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A., confermando (fino a quando?) la proprietà pubblica dell’infrastruttura ferroviaria.

A questo punto, prescindendo da qualsiasi valutazione strategica e rinnegando clamorosamente quanto detto all’atto della privatizzazione sulla quota di proprietà da cedere, il ministero dell’Economia e delle Finanze sta pensando di vendere un altro pezzo di Poste Italiane, che di fatto lo porterebbe poco al di sopra del 30% che, come si è visto in diverse assemblee societarie, non è più garanzia assoluta di governabilità dell’impresa o del gruppo.

In questa corsa all’incanto si distingue l’Eni che, dopo aver ceduto il 12,5% della Saipem al Fondo Strategico Italiano (Cdp), sta provando da mesi a vendere la Versalis, ossia ciò che resta della chimica pubblica italiana, per tentare di chiudere il buco di bilancio 2015 pari a 8,82 miliardi di euro, ma soprattutto per ridurre il debito che ha raggiunto i 16,86 miliardi.

E’ una storia triste che ha visto scomparire sotto i colpi di lestofanti e avventurieri di ogni risma un patrimonio di conoscenze, di ingegni e di capacità industriali che tutto il mondo ci invidiava. Quello che Guido Donegani, Giulio Natta, Carlo Erba e tanti come loro avevano costruito fu spazzato via in un batter d’occhio dai Rovelli, dagli Ursini.

Mentre la Bayer proprio in queste ore lancia un’offerta miliardaria di acquisto della Monsanto per diventare la più grande azienda del mondo nel ricco business della produzione di pesticidi, diserbanti e sementi geneticamente modificate, l’Eni pensa bene di disfarsi dell’intero ramo d’azienda della chimica verde. E lo fa nel peggiore dei modi offrendo Versalis ad un fondo d’investimento americano SK Capital senza nessuna esperienza industriale e la sede alle isole Cayman e nel Delaware, vero paradiso fiscale degli Usa.

In ballo c’è il futuro della chimica italiana e il rilancio delle attività industriali del “cane a sei zampe” in Italia. “Quello che invece si delinea – dicono i segretari generali delle federazioni sindacali di categoria – è un piano di alleggerimento di Eni dopo Saipem, Versalis e il comparto retail di Gas&Power. E’ dunque il ridisegno del Gruppo energetico il vero tema al centro della mobilitazione di questi mesi. Sarebbe un autogol per l’industria e un colpo mortale alla manifattura italiana”.

La sola risposta che il gruppo ha saputo dare per bocca dell’amministratore delegato Claudio Descalzi è stata: “Abbiamo investito nella chimica per 20 anni e abbiamo perso oltre 7 miliardi. Ora non abbiamo più soldi”. La verità è che i soldi ci sono ma non vengono impiegati in investimenti a medio lungo termine, come la ricerca e l’innovazione in campo chimico comportano. Essendo ormai questi grandi gruppi come l’Eni prigionieri della redditività di corto respiro imposta dai fondi investimento, dagli hedge fund e dalle banche d’affari, i veri padroni ormai delle public company, si bada solo al conto economico trimestrale e a fare cassa.

Dal 2009 al 2015 – ci ricorda Alessandro Penati – l’Eni ha generato un flusso operativo di cassa di 91 miliardi, contro i 97 di investimenti tecnici. Ovvero niente cassa da distribuire. Nello stesso periodo però ha pagato dividendi per quasi 27 miliardi, ovvero in media 3,8 l’anno, esattamente come prima. E anche nell’ultimo bilancio appena approvato, per la prima volta in rosso, il dividendo è rimasto lo stesso. Lo si è pagato aumentando il debito e vendendo le attività: prima Snam o Galp, poi “le vestigia delle politiche industriali del passato (Marghera, Gela, PortoTorres)” e oggi Versalis.

L’insistenza dei sindacati nel chiedere all’Eni garanzie per l’occupazione dei 5.200 dipendenti di Versalis e lo sviluppo della ricerca e dell’attività industriale è quasi patetica. Nei sempre più frequenti incontri a Palazzo Chigi e al ministero dello Sviluppo industriale i rappresentanti dei lavoratori si sentono puntualmente ripetere che “il Governo ritiene la chimica strategica per lo sviluppo industriale italiano e ha garantito ai segretari generali dei chimici massima attenzione e fermezza nel monitoraggio della questione, assicurando accurata valutazione delle posizioni espresse nel corso dell’incontro da parte dei sindacati”.

Quando si passa sull’altro tavolo della trattativa con l’azienda la musica non cambia: “A fronte delle obiezioni dei sindacati, i quali hanno ribadito la propria netta contrarietà al negoziato con un soggetto così poco affidabile, il dott. Descalzi ha aggiunto che non è in grado di anticipare nulla sul suo esito”.

Potrebbero interessarti anche