Raggi, Giachetti, Marchini, Meloni. E Roma?

Campidoglio_sliderIl balletto dei candidati di Berlusconi e alla fine l’abbraccio a Marchini. Le stravaganze dell’enfant doré della borghesia romana. Giachetti arranca scarsamente sorretto da un partito provato. Meloni-Salvini navigano a metà classifica. La Raggi sta ferma e incassa. I problemi della città intanto svaniscono nel polverone

 

 

di Agostino Monaldi

 

 

ROMA – Se con Ignazio Marino il Campidoglio era diventato, per certi versi, l’aereo più pazzo del mondo, anche la campagna elettorale in corso per eleggere il suo successore non ha tradito le attese. Benché non emozioni i romani (secondo i sondaggi più del 40% non andrà a votare il 5 giugno), i candidati sindaci sono tantissimi (ben 16). Ovviamente ognuno ha le sue strategie per ottenere consensi, spesso a scapito della coerenza (a volte pure della dignità).

 

In queste settimane ne sono successe di tutti i colori. A cominciare dai candidati. Berlusconi ci aveva provato a trovare un alfiere del centrodestra ma Giorgia Meloni aveva risposto con un sonoro “no” alla proposta. Non solo. La leader di Fratelli d’Italia aveva lanciato la candidatura di Rita Dalla Chiesa (la ex conduttrice della trasmissione tv Forum). Un’ipotesi svanita pochi giorni dopo, che ha convinto il Cavaliere a scommettere sull’ex capo della protezione civile Guido Bertolaso. Quest’ultimo ha distrutto le sue chances di unire la coalizione con tre frasi. Ha detto che per i campi rom non serve la ruspa (distruggendo così il simbolo della politica di Salvini), ha ammesso di aver scelto Rutelli e non Alemanno nel 2008 e, dulcis in fundo, di sospettare che la moglie potesse votare Giachetti (il candidato sindaco del Pd) e non lui. A quel punto la Lega ha preso le distanze e la Meloni ha deciso di scendere in campo. Ma allora è stato il Cavaliere a prenderla a male e non è indietreggiato. Dopo un tira e molla comico durato alcune settimane, Berlusconi ha ritirato Bertolaso e si è schierato con Alfio Marchini (a cui ha dato il suo sostegno pure la Dalla Chiesa). Risultato: centrodestra con due candidati (la Meloni sostenuta da Salvini e, appunto, l’ex costruttore – di sinistra? – benedetto dal Cavaliere).

Ma le sorprese non finiscono qui. Marchini ha lanciato un paio di proposte che non hanno niente a che vedere con il Campidoglio, come quella di creare un dipartimento che si occupi di sanità (competenza esclusiva della Regione) o di coprire l’enorme debito della Capitale (oltre 15 miliardi di euro) anche recuperando l’evasione Atac (pochi romani pagano i biglietti di bus e metro). Peccato che l’Atac sia una società diversa dal Campidoglio e che, dunque, quei soldi, semmai, dovrebbero servire a coprire i buchi dell’azienda del trasporto pubblico. Ma a fare più scalpore è stata la Ferrari. Sì perché Marchini, che in queste settimane gira in città con una Fiat Panda, è stato beccato in un’area di servizio del raccordo anulare mentre lasciava la macchinina al suo autista che gli aveva portato la fuoriserie. Lui si è difeso: “Mi hanno insegnato a non ostentare la ricchezza”. Giusto. Ma ve lo immaginate un sindaco in Ferrari?

Anche Roberto Giachetti ha fatto la sua parte. Intanto ha un esercito di parlamentari sempre pronti ad attaccare gli avversari, ovviamente sul piano personale nella peggiore delle tradizioni pseudopolitiche. In prima linea ci sono Andrea Romano (prima vicino a Montezemolo, poi a Monti, grazie a cui è entrato in Parlamento, oggi a Renzi e domani chissà a chi) ed Ernesto Carbone (da sempre scudiero del Matteo nazionale). Ovviamente non si è mai tirato indietro Matteo Orfini che, tuttavia, ha collezionato una serie di figuracce. Ultima, la sentenza del tribunale civile che ha dato ragione ad alcuni iscritti del partito e ha stabilito che il piano del commissario del Pd romano non è stato “democratico”. Eppure Orfini, Giachetti e gli altri hanno continuato a criticare i 5 Stelle, attaccando Virginia Raggi, che, secondo loro, sarebbe eterodiretta dalla Casaleggio e Associati, la società che gestisce il blog di Grillo. E se il Pd sembra fiaccato anche dalla candidatura di Stefano Fassina di Sel e company (riammesso in corsa miracolosamente dal Consiglio di Stato dopo che il Tar lo aveva escluso), Giachetti non è riuscito a convincere i cittadini che se diventasse sindaco, Roma cambierebbe registro. Scontati anche i suoi slogan. A proposito, qualcuno potrebbe dirgli che la Capitale non è soltanto il Gianicolo (il quartiere a lui caro che torna spesso nei suoi video e nelle sue iniziative)?

Ma è la candidata pentastellata la preferita dai sondaggi. Virginia Raggi avrebbe una decina di punti in più rispetto agli altri big. Il suo impegno è cominciato sotto il segno di Cesare Previti. Nel suo curriculum la Raggi ha omesso di aver svolto la pratica forense nello studio dell’avvocato di Berlusconi. Un peccato veniale, probabilmente. Certo è lecito chiedersi cosa sarebbe accaduto se gli attivisti del MoVimento di Grillo avessero visto nel suo curriculum la parola “Previti”. L’avrebbero scelta lo stesso come candidata? Lei se l’è cavata sostenendo che gli avvocati non includono quelle informazioni nei loro documenti di presentazione. Peraltro, ai romani, di certo, interessano più le idee per combattere il traffico o per risolvere le emergenze rifiuti, scuole e debito. Pure il “cuore” è entrato in campagna elettorale. La Raggi è stata accusata, infatti, di essere in “crisi coniugale”. Ma perché un cittadino dovrebbe non votarla se crede che lei e il MoVimento possano portare la discontinuità di cui Roma ha bisogno? Il tema, semmai, è un altro: saranno in grado i 5 Stelle, con le loro fissazioni, il giustizialismo, l’incapacità di fare compromessi con gli altri, di guidare una città ormai al collasso? Peccato che in questa campagna elettorale non si sia ancora parlato di Roma.

 

 

 

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