Raggi, miraggi e pestaggi. Si Salvini chi può

RomaSLIDERRiuscirà la Raggi a cambiare la città eterna? Nel mentre Marchini, Meloni e Giachetti alla conquista di Roma.

 

di Agostino Monaldi

 

ROMA – Tutti all’inseguimento di Virginia Raggi. È lei, candidata sindaco di Roma del MoVimento 5 Stelle, la preferita dai sondaggi. La sua campagna elettorale è stata efficace. Nemmeno un manifesto, nessun faccione appiccicato su muri o fermate di bus (come i suoi avversari), ma tanti incontri con comitati di quartiere e interviste in tv. La avvocatessa di 37 anni, già eletta in Campidoglio nel 2013, “funziona”, come dicono i tecnici. Spigliata, seria ma anche ironica, telegenica: in una campagna elettorale con toni bassi e romani insofferenti verso i politici ha retto molto meglio dei suoi competitor. Non è stata penalizzata dall’ormai celebre praticantato forense svolto nello studio Previti (omesso nel curriculum presentato alle “comunarie” on line del MoVimento), dai legami con la Casaleggio e Associati e nemmeno da quell’anonimo staff spesso evocato dai suoi critici (si tratta delle parlamentari romane Taverna e Lombardi, di un consigliere regionale del Lazio, Perilli, e di un eurodeputato Castaldi). Del resto come si può attaccare la Raggi perché non sarebbe in grado di guidare la Capitale da sola e poi prendersela se è contornata da uno staff politico a cui se ne aggiunge uno tecnico per le questioni legali e affini? Ognuno ovviamente giudicherà.

Riuscirà un “non partito” con alcune contraddizioni e con la pesante eredità di Casaleggio da amministrare a far cambiare passo alla città eterna? O l’eventuale sindaco Raggi farà la fine del primo cittadino di Parma, Pizzarotti, che invece di essere portato come un esempio (ha dimezzato il debito, portato la raccolta differenziata al 75 per cento, ristrutturato le scuole e approvato un sistema di assistenza per i più deboli) rischia continuamente l’espulsione? Si vedrà.

Di certo gli altri candidati sindaci sono scivolati più volte in gaffe e proposte surreali. Marchini era “lontano dai partiti” ma ha imbarcato Berlusconi e Storace. Quest’ultimo si era candidato in una prima fase e rivendicava di essere l’unico rappresentante della destra e poi si è accodato all’ex costruttore di sinistra che la Meloni ha soprannominato “Marxini”. Dal canto suo Giorgia fatica a far credere ai romani di non aver avuto legami con la giunta Alemanno (alcuni esponenti del suo partito avevano allora incarichi anche in giunta). Viene il dubbio che non voglia vincere ma che le basti perdere dignitosamente. Il suo alleato principale, Matteo Salvini, non l’aiuta: vuole mettere il pedaggio sul Grande Raccordo Anulare. Una proposta, che in parte il leader della Lega si è rimangiato, che nasce da una mancata conoscenza della Capitale e delle esigenze dei suoi cittadini.

Anche Giachetti è alle prese con un Pd malconcio. Sarà un caso che Matteo Orfini è stato opportunamente insonorizzato? Il vicepresidente della Camera in quota Dem Giachetti che (come la Meloni) non si è dimesso dal suo incarico ha anche annunciato la sua squadra in caso di vittoria. Molti si aspettavano meglio: tre membri arrivano direttamente dalla giunta Marino, è stato anche ritirato fuori il magistrato (ex?) Sabella che già non aveva impressionato positivamente nei mesi scorsi. E se la grande sconosciuta della campagna elettorale continua a essere Roma, di veleno ne scorre parecchio, soprattutto contro la Raggi. Chissà forse per depotenziarla basterebbe che i partiti si liberassero di molte figure (impresentabili) che ancora restano in prima linea e che cominciassero a fare politica per l’interesse collettivo e non per convenienza personale. In ogni caso chiunque vincerà le elezioni si troverà di fronte a una mission quasi impossible.

Potrebbero interessarti anche