I dubbi di Caio sulla privatizzazione di Poste

caioposteIl Mef si disfa dell’intera partecipazione in Poste Italiane. Caio riflette sugli effetti del blitz governativo.

 

ROMA – L’amministratore delegato di Poste Italiane, Francesco Caio, l’aveva detto in epoca non sospetta: “Noi gestiamo 476 miliardi di risparmio di italiani che sono alla ricerca di rendimenti, perché i buoni fruttiferi e i Btp non li danno più. In mancanza di una politica di investimenti saremo costretti a portare il risparmio dell’Italia in altri Paesi dove ci sono infrastrutture e regole chiare”. Evidentemente è rimasto inascoltato dato che il governo, anziché rispondere al suo allarme, ha messo in piedi una complessa operazione finanziaria che cambia completamente lo scenario proprietario e strategico di Poste e comunque ha ben poco a che fare con gli interessi dei risparmiatori (la Cassa depositi e prestiti delibera un aumento di capitale da circa 3 miliardi riservato al ministero dell’Economia, che non paga con soldi liquidi, ma trasferendo il 35% del gruppo Poste alla società guidata dall’accoppiata Costamagna-Gallia). Per non farsi mancar niente, il ministero di via XX Settembre annuncia contemporaneamente che il restante 30% circa della quota del gruppo postale ancora in suo possesso sarà presto collocato sul mercato.

Questa improvvisa dismissione si spiega solo con l’ultimatum consegnato dalla Commissione Ue al ministro Padoan: sì alla flessibilità nei conti richiesta dall’Italia a patto che acceleri sulle privatizzazioni. E siccome nel piatto quest’anno non c’è che qualche centinaio di milioni della vendita dell’Enav, per fare cassa si liquida la principale public utility italiana. Ma le cose non sono così semplici. Anche per questo l’amministratore delegato di Poste, Francesco Caio, ha richiamato tutti i decisori sulla necessità di fare la massima chiarezza nei riguardi del mercato, a cominciare dal rischio di un legame “incestuoso” tra Poste e Cassa depositi e prestiti, già legate da una convenzione rinnovata per cinque anni nel dicembre 2014 per la raccolta e la gestione del risparmio postale. Per evitare dunque possibili conflitti di interesse, o l’obbligo di un’opa sulle azioni di Poste da parte della Cdp, si è escogitata una soluzione ‘duale’: Cdp potrà solo detenere la partecipazione, mentre “l’attività di indirizzo e di gestione della partecipazione continuerà a essere esercitata dal ministero dell’Economia”. Ma l’escamotage non sgombra tutti i dubbi di legittimità e di opportunità che l’intervento solleva, anche perché c’è di mezzo un decreto di pochi mesi fa degli stessi Renzi e Padoan che subordina la vendita del 40% del capitale di Poste al “mantenimento da parte del Ministero dell’economia e delle finanze di una quota di partecipazione nel capitale di Poste Italiane SpA non inferiore al 60%”.

Fatto il decreto, basta farne un altro uguale e contrario con quello approvato ieri in Consiglio dei Ministri e si cancella in un colpo solo quella condizione sospensiva e il valore sociale del servizio postale, senza preoccuparsi troppo delle interrogazioni di numerosi parlamentari e della ferma opposizione dei sindacati che per bocca del segretario confederale Cisl (di gran lunga il più grosso sindacato del gruppo) fanno sapere di essere “fermamente contrari ad una privatizzazione senza un progetto che abbia una valenza sociale e, ancor più, a processi di privatizzazione non accompagnati da politiche industriali chiare e coerenti”.

Sulla base di quella stessa “invenzione normativa” anche l’amministratore delegato di Poste Italiane, Francesco Caio, potrà giudicare la conformità del nuovo scenario in cui la società si troverà ad operare con il mandato a suo tempo ricevuto. E prendere di conseguenza le decisioni che riterrà più opportune, sulle quali in queste ore sta meditando.

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