Il carcere per diffamazione tutela la casta

liberta_di_stampaPasticcio italiano sulla legge per le pene detentive per diffamazione. L’Europa attende una risposta in merito.

 

ROMA – Dal 2012 il Parlamento italiano assicura che il carcere per i colpevoli di diffamazione sarà solo un lontano ricordo. Eppure nulla sembra muoversi.

Nei prossimi giorni, di contro, il Senato ha messo in agenda l’approvazione di un’altra proposta di legge che aumenterebbe la pena massima prevista per la diffamazione da sei a nove anni di carcere. Dunque, si è creato l’esatto contraltare della legge del Parlamento che giace in attesa di approvazione. Il provvedimento che propone l’abolizione del carcere è già stato votato e approvato una volta dal Senato e due volte dalla Camera dei Deputati e ormai attende solo un altro voto proprio da quel Senato che, invece, si prepara a legiferare proprio in direzione opposta.

In tutta questa questione, all’apparenza meramente giuridica, va ricordato che le denunce per diffamazione continuano a essere usate con leggerezza come armi improprie per intimidire i giornalisti.

Come se non fosse abbastanza, il delirio politico in atto non sembra fermarsi qui. Infatti, nella nuova norma voluta dal Senato si propone di dilatare enormemente l’applicazione della legge precedentemente in vigore. Infatti, alla pena prevista si aggiungerebbero tre anni di detenzione a chi è riconosciuto colpevole di una diffamazione a scopo intimidatorio o  ritorsivo verso parlamentari, sindaci, amministratori locali, magistrati: in conclusione gli esponenti di un “corpo politico, amministrativo o giudiziario”. La schizofrenia politica dipinge un nuovo quadro a tinte fosche: se da un lato il disegno di legge, fermo in Senato, vuole abrogare proprio il quarto comma relativo agli esponenti del corpo politico, amministrativo o giudiziario, dall’altro la nuova norma ne aggraverebbe la portata.

Un grido di allarme si leva dalla Rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media, che ha sottolineato le conseguenze nefaste che la nuova norma avrebbe sulla libertà di espressione e soprattutto sul giornalismo d’inchiesta.

La questione è stata sollevata con allarme di livello 2 (il livello più alto è uno) sulla Piattaforma per la protezione del Giornalismo ed è stato lanciato un appello al Consiglio d’Europa dalle organizzazioni EFJ (European Federation of Journalists), AEJ (Association of European Journalists), IPI (International Press Institut) e Index on Censorship.

L’Europa, dunque, chiederà spiegazioni al governo italiano in merito a tanta incoerenza.

In questi giorni sono circolati commenti di diversi esperti della materia, i quali hanno spiegato che esiste un quarto comma  dell’articolo 595 del codice penale che già prevede un’aggravante della pena a quel livello. Il Senato, pertanto, vorrebbe soltanto estenderne l’applicazione ad altri soggetti. Eppure tutti sanno bene che la giurisprudenza non accetta prerogative speciali concesse ai corpi politici, amministrativi o giudiziari, considerandole retaggio di vecchi regimi che proteggevano il potere e chi lo esercitava con norme speciali.

Possiamo solo augurarci che i nostri politici pratichino lunghe sedute di meditazione con l’intento di pacificare le due anime in contrasto di loro. Qualora il lavoro sulla psiche richiedesse troppe energie, ricordiamo alla nostra classe politica che la società civile è disposta ad indicargli la retta via.

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