Fondazione Santa Lucia, lo sport messo all’angolo

santalucia0_01

Trasferimenti di fondi ritardati, vincoli burocratici e autorizzazioni, ne minano spesso l’operatività.

 

ROMA – La Fondazione Santa Lucia di via Ardeatina è una delle eccellenze italiane in campo sanitario. Nel settore della riabilitazione e delle neuroscienze è considerata la migliore in Europa. Ma tutto questo non basta ai nostri politici regionali e nazionali per far vivere tranquillo l’Istituto. Trasferimenti di fondi ritardati, vincoli burocratici, autorizzazioni, ne minano spesso l’operatività. Ma è possibile che quando si hanno delle eccellenze non se ne debba tener conto e magari aprire un canale privilegiato per farle brillare ancora di più? La risposta è si, purtroppo.

E ora è in arrivo un’altra stangata perché, anche se ufficialmente la Fondazione non lo ha ancora comunicato, il Gruppo Sportivo del Santa Lucia sta per chiudere. Di cosa parliamo? Semplice, della storia italiana dello sport paralimpico e della squadra romana più titolata in assoluto nella storia. Quaranta anni fa il dott. Antonio Maglio, luminare della riabilitazione e in sostanza inventore dello sport paralimpico in Italia, entrò nel centro riabilitativo in qualità di direttore tecnico del gruppo sportivo. Fu grazie a lui che per la prima volta, in occasione dei Giochi olimpici di Roma del 1960, si svolsero le Paralimpiadi.

In questi anni al Santa Lucia si sono allenati atleti, schermidori, pongisti, arcieri, nuotatori e cestisti disabili che tutti insieme hanno vinto ori paralimpici, titoli mondiali ed europei, scudetti, coppe europee e chi ne ha più ne metta. La bacheca del Santa Lucia sport scoppia di trofei insomma, soprattutto grazie alla squadra che non ha eguali in Italia, quella di basket in carrozzina. In totale i cestisti seduti hanno vinto 21 scudetti, 12 Coppa Italia, 5 Supercoppa italiana e 3 Champions League. Nessuna squadra romana di qualsiasi disciplina sportiva ha mai vinto tanto, così come nessuna squadra italiana di basket in piedi ha un palmares così imponente. 

Ecco, con un giro di vite ancora non motivato, centinaia di ragazzi e ragazze che invece di gravare sulla sanità attraverso riabilitazione ospedaliera trovano benefici senza eguali attraverso la pratica sportiva agonistica, potrebbero essere costretti a smettere di inseguire i loro sogni sportivi. Viene da dire, davvero non siamo in un paese normale.

Potrebbero interessarti anche