I peccati “veniali” degli aspiranti sindaco

campidoglio1In campagna elettorale mostrano pregi e meriti e nascondono vizi ed errori. Ma non sempre ci riescono.

 

di Agostino Monaldi

Virginia Raggi, la candidata del MoVimento 5 Stelle, ha omesso di scrivere nel suo curriculum (quello presentato agli attivisti in occasione delle “comunarie” che l’hanno incoronata) di aver svolto la pratica forense nello studio di Cesare Previti (uno degli uomini più disprezzati dai grillini). È lecito domandarsi: ma se gli attivisti avessero letto la parola “Previti” nel curriculum della Raggi l’avrebbero votata lo stesso?

Alfio Marchini, invece, ha preferito nascondere la Ferrari e andare in giro durante la campagna elettorale con una Panda. Peccato che sia stato “beccato” in un’area di servizio a cambiare la macchina, riprendendo la fuoriserie e lasciando all’autista l’utilitaria. Anche durante il confronto su SkyTg24 ha evitato di rispondere alla domanda sulle macchine di proprietà. Ma ve lo immaginate un sindaco che va in Ferrari magari a inaugurare un centro per bambini disagiati a Tor Bella Monaca?

Dal canto suo Giorgia Meloni ha glissato sul fatto che la sua candidatura (nata dopo che lei stessa aveva dato il via libera a quella di Bertolaso) abbia smentito ben due “gazebarie” (di cui la leader di Fratelli d’Italia era stata finora una sostenitrice): quelle leghiste che avevano scelto Alfio Marchini e quelle di Forza Italia che hanno confermato l’ex capo della protezione civile. Come farà ora la Meloni a ribadire la necessità delle primarie per decidere il prossimo candidato premier se lei stessa le ha disconosciute per candidarsi a Roma?

Anche Roberto Giachetti ha commesso qualche peccato “politico”. Innanzitutto ha fatto scomparire il simbolo del Pd dai suoi manifesti, per cercare di far dimenticare ai romani il commissariamento del partito e la disastrosa esperienza di Ignazio Marino (che l’ha accusato di essere responsabile dell’aumento vertiginoso del debito quando era impegnato in Campidoglio al fianco di Rutelli), poi non si è dimesso (come pure la Meloni) dal suo incarico di deputato e vicepresidente della Camera (gli hanno rimproverato di fare la campagna elettorale con i soldi ricevuti dagli italiani per svolgere un lavoro diverso).

Anche gli altri candidati non sono stati da meno. Stefano Fassina ha glissato sulla spaccatura che c’è nello schieramento che lo sostiene (Sel-Sinistra Italiana) e che è venuta fuori quando le sue liste sono state bocciate dalla Commissione elettorale, prima di essere miracolosamente riammesse dal Consiglio di Stato. Simone Di Stefano (Casapound) ha evitato di ricordare di essersi candidato in quasi tutte le ultime tornate elettorali (anche come presidente della Regione Umbria!).

Ma non bisogna stupirsi più di tanto. E tenere duro ancora per un po’. Dopo le votazioni di domenica 5 giugno, infatti, ci saranno altre due settimane che condurranno i due candidati preferiti dai romani al ballottaggio del 19 giugno. E anche lì, c’è da scommettere, non mancheranno colpi di scena.

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